La giornata della memoria è stata istituita “per non dimenticare”, far riflettere sul dramma della seconda guerra mondiale 1939 -1945, scoppiata a soli vent’anni dalla fine della prima 1914 – 1918, che pure aveva distrutto sistemi politici, eliminati gli imperi, causato oltre 10 milioni di militari caduti e ben più di 6 milioni di civili, morti per le situazioni causate dalla guerra.
Nonostante queste stragi, 20 anni dopo, inizia la seconda che produce quasi 25 milioni di caduti militari e quasi 45 milioni di perdite civili. Tutto ciò avveniva non molte decine di anni fa, ma si è dovuto fare una legge “per non dimenticare”, approvata il 20 luglio del 2000.
Ci si chiede se sia possibile dimenticare eventi così tragici che hanno segnato così fortemente la vita del mondo. Eppure è così, la dimenticanza di chi non ha direttamente vissuto quell’esperienza si unisce all’ignoranza della nostra stessa storia, all’incultura generale, al prevalere delle sole conoscenze tecniche e particolari, al dimenticare cosa siamo stati e quindi come siamo, di quanti errori, misfatti, crudeltà, follie siamo stati e siamo capaci.
Noi che ci definiamo evoluzione dell’homo sapiens.
Ecco perché stimoliamo il ricordo e lo facciamo ascoltando i sopravvissuti protagonisti che ci parlano delle loro esperienze drammatiche, di ciò che i popoli hanno sofferto e di ciò che hanno fatto soffrire.
Sono cerimonie un po’ tutte uguali, rispettabilissime nei loro protagonisti, sempre in minor numero e molto anziani, che stimolano grande ammirazione, rispetto, affetto, ma che, salvo rare eccezioni, non ci spiegano le cause di tanta crudeltà, di tanti misfatti, distruzioni, dimostrazione di una verità Hobbesiana, quella dell’homo homini lupus, della nostra natura prevaricatrice, desiderosa di potere e supremazia.
Ho avuto la ventura, molti anni fa, di visitare la Polonia, di andare ai campi di sterminio di Auschwitz e Majdanek. Era il 1959 avevo vent’anni, e non era facile, in piena tensione bipolare, essere là, il primo periodo post staliniano. Stalin, infatti, morì nel 1953, essendo stato capo assoluto del partito comunista dell’Urss dal 1922, per ben 31 anni.
Così, con una piccola delegazione di cattolici (c’erano Tina Anselmi, Giuseppe Zamberletti, Pino Ferrarini, e pochi altri), visitammo gli orrori, lasciati lì com’erano dai sovietici, a dimostrazione della natura nazista, del dramma della Shoah, indirettamente di cosa avevano patito i russi vincitori.
Non ho mai dimenticato quella visita e il segno profondo che ha lasciato in me. Tutto va ricordato, anche se la storia non si ripete in modo uguale, ma si ripete con tecniche, modi, giustificazioni adatte ai tempi, sempre da considerarsi come nuove, attuali, soprattutto per generazioni nuove, la cui cultura rende corta anche la conoscenza e la memoria.
Per questo ritengo che nel giorno della memoria, e non solo in quello, si ridiscuta, si racconti un po’ di storia, s’indichino le situazioni politiche e sociali, economiche e culturali che hanno consentito lo scempio di civiltà in molti popoli, anche di grande tradizione. Se si conoscessero meglio le condizioni alle quali l’arroganza dei vincitori, soprattutto i francesi e gli inglesi, portò la situazione economica, sociale e quindi psicologica e politica della Germania, si potranno capire meglio gli atteggiamenti del popolo tedesco di fronte alla rivolta hitleriana. Se si valutassero la debolezza della vecchia classe dirigente germanica, l’illusione della democratica Repubblica di Weimar, la tentata rinascita con l’aiuto rilevante degli Stati Uniti, interrotto dalla crisi finanziaria del 1929 e che portò la Germania alla grande svalutazione e alla disperante miseria, all’umiliazione. Di un popolo, all’odio verso nemici che sembravano voler giustificare l’inimicizia.
Forse, ricordando queste cose, si capisce meglio la sudditanza popolare, psicologica e politica, nei riguardi del nazismo di Hitler, del suo nazionalismo esasperato, della voluta rivincita della grande Germania, consentito anche dalla debolezza degli altri paesi europei, stanchi e memori della recente grande guerra, compresa la Gran Bretagna di Chamberlain e la Francia di Daladier. Dovevano ancora emergere Churchill e De Gaulle, dovevano ancora intervenire Roosevelt. E Stalin doveva ancora, con il patto Molotov Ribbentrop del 1939, spartirsi la Polonia con Hitler e impadronirsi delle nazioni baltiche.
Hitler, in Germania, non aveva certo nascosti, ben prima del 1933, il suo programma autoritario, militarista, antidemocratico che realizzò, dopo le elezioni del 1933, in cui il popolo gli diede ampio consenso, ed anche, com’era avvenuto in Italia, con la debole condiscendenza di altri partiti democratici. Le elezioni furono naturalmente come quelle italiane denunciate da Matteotti che pagò con la vita il suo coraggioso intervento. Così in Germania, in poco tempo, e nella legittimità formale, mandò in soffitta ogni forma di democrazia, potenziando, nel silenzio dei precedenti vincitori dei paesi vicini, l’esercito, sopratutto l’aviazione e la Marina militare, l’industria nazionale finalizzata alla forza militare, il richiamo all’autonomia della produzione nazionale, permessa dall’autarchia. Senza contare i grandi miti: la Germania prima di tutti, perché razza elevata, via il “culturame”, le razze inferiori, gli ebrei, i rom, gli stranieri scomodi, i gay e via dicendo.
Tutto ciò ricorda, in modo certo diverso e alla lontana, la storia dei greci, ben 500 anni prima di Cristo, in particolare della potente Sparta che sopprimeva i piccoli nati ritenuti inidonei a essere dei sani combattenti, che dopo i sette anni li sottraeva alle famiglie e li mandava non nelle scuole ma nelle caserme e li formava come soldati di una razza speciale, sana e ignorante, che peraltro vinse, per qualche tempo e con l’aiuto persiano, contro la dotta, democratica, raffinata Atene di Pericle, che però rimase il simbolo della Grecia ammirata e ammirabile, che conquistò, con la sua cultura anche la grande Roma e nei momenti di massima potenza.
Queste riflessioni si chiedono come si possa sconfiggere la barbarie umana, come evitare il ripetersi nella storia delle stragi di massa, della Shoah nazista, delle foibe tutine, del genocidio degli armeni e, troppe altre ancora, che seguono la storia dell’umanità.
Certo, la crescita culturale sta alla base di tutto, dei sistemi in cui si esprime la civiltà, dei metodi di governo, della consapevolezza sociale, della convivenza civile interna ed internazionale.
La cultura è memoria, e capacità di vedere nel passato la tendenza del futuro, i pericoli del presente.
La giornata della memoria è un simbolo, non solo per rivedere le follie del passato, ma per essere attenti a ciò che le causò un tempo, che possano riproporsi, analoghe nei contenuti profondi e diverse nelle espressioni, ben mascherate, forse non del tutto consapevoli, ritrovarsi nel presente, radicarsi per un futuro sempre imprevedibile per i popoli.
Perché gli spartani di un tempo, gli uomini dell’impero romano, quelli di Genghis Kan o di Maometto, i crociati o i conquistadores cattolicissimi, i nazisti e i colonialisti, sono sempre dei nostri, hanno la nostra stessa natura umana, amano il potere e la sopraffazione, la violenza sui più deboli o che appaiono tali.
Certo non mancano i pacifici, i buoni, talvolta i santi, i giusti. Tocca a loro essere testimoni di idee, ideali, comportamenti e combattere, anche con il ricordo, contro l’ignoranza storica e la demagogia sempre in agguato, le manifestazioni di superficialità o incapacità politica.
Così senza illuderci troppo, può migliorare lo stato delle varie società del mondo, lentamente, con fatica, con cadute e retrocessioni ma motivate almeno dalla forza morale della speranza
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