Il popolo, soprattutto quando l’economia va male e riduce il livello di benessere, naturalmente e in parte giustamente, colpevolizza la dirigenza politica che è scelta dallo stesso popolo con le elezioni, espressione della sua volontà costituzionalmente sovrana.
Per la gente, in genere, tutti i mali del mondo si concentrano fisicamente negli uomini politici. Essi sono sempre colpevoli, gli altri generalmente innocenti: i burocrati, gli imprenditori, i banchieri, i finanzieri, i professionisti che li consigliano, i furbetti e i furboni vari che pur intrallazzano, per i fatti propri. Quelli, diversamente dagli amministratori pubblici, fanno parte del “popolo accusatore”.
Anch’io ritengo che chi ha responsabilità pubbliche debba essere ineccepibile, degno del rispetto che gli si dovrebbe proprio in ragione di quella dignità. Ma non si può colpevolizzare per categoria, senza valutare non le “notizie” stampa, ma i comportamenti accertati delle singole persone.
Naturalmente non voglio affermare che essendo tutti colpevoli nessuno è colpevole, ma sarebbe più civile un popolo capace di distinguere, di riconoscere i meriti e le colpe, di applicare, nella sua valutazione, il principio di giustizia del unucuique suum, a ciascuno il suo, presente dai tempi di Platone tra i fondamentali della filosofia del diritto.
Infatti, è pacifico che ai politici che commettono reati, vanno applicate le norme penali, severamente, come a tutti gli altri cittadini soggetti alle stesse leggi e magari prevedendo in modo deciso l’aggravante dell’essere un eletto dal popolo, anche se già essi subiscono imputazioni speciali e anche quel linciaggio preventivo dei media che tutti vediamo e che grava sulle persone di pubblica notorietà o rilevanza.
Nella scelta della dirigenza politica però il popolo dovrebbe valutare e votare con un criterio prevalente, quello politico, della idoneità personale, morale, culturale, di esperienza, di autonomia decisionale, pur nella attenzione democratica. Sono doti necessarie per governare la complessità della gestione del bene pubblico, per decidere le scelte necessarie in una società vasta e complessa, superare interessi particolari, anche quelli che si esprimono con analisi e critiche di parte o non chiaramente motivate.
La società è attraversata da interessi contrastanti e concorrenziali, con esigenze sempre più forti perché essa è in continuo cambiamento, per ragioni demografiche, tecnologiche, ambientali, culturali, di mutamento sociale e di comparazione internazionale. Senza citare quelle drammatiche di guerre interne ed esterne agli Stati, causa di miserie, distruzioni, migrazioni, malattie dal carattere massivo e di mille altri drammatici eventi. Anche quelle fatte per procura, dando armi a combattenti di battaglie diversamente motivate, commerciando la vita di altri popoli.
Una classe dirigente politica in grado di affrontare e gestire situazioni così complesse, non è di facile formazione e reperimento, non si può eliminare senza averne altre idonee e sostitutive, né inventare o estrarre a sorte, anche se con l’avanzata tecnologia del web.
Volendo giustamente eliminare il cattivo si svuota la botte anche del vino buono.
La presenza di una buona dirigenza è essenziale perché la vita collettiva va sempre governata, non può essere interrotta o sospesa o mal gestita, salvo pagarne un altissimo prezzo per tutti e da tutti.
Va ricordato che il popolo è la somma di persone che vi appartengono, reagisce con i sentimenti delle singole persone, espressione di situazioni anche emotive, comprensibili o condivisibili, di legittime ansie e paure che vanno tenute ben presenti ma, con la razionalità, la capacità, e l’esperienza necessaria.
Chiediamoci, solo per fare un esempio, chi è che si rivolge ai ciarlatani che si vendono come maghi, guaritori, risolutori di problemi con da loro dichiarati poteri, col dialogo con i defunti o entità metafisiche, con i loro medicamenti irreali e inventati ma sempre costosi. Da loro vanno le persone anche solo temporaneamente deboli, malati preoccupati e delusi, gente sofferente per lutti familiari o tesa per difficoltà personali di lavoro o economiche o altro.
È gente in sostanza afflitta da problemi che ritiene non risolvibili, ma che, in condizioni normali, sono certo affrontabili con medici comprensivi e preparati, farmaci idonei e certificati, con assistenza professionale qualificata. Ricorrono ai maghi essendo determinati anche da delusioni, rabbia, ingiustizie subite, ansie e depressioni, da quelle ragioni complesse che sono presenti nella vita di ognuno con conseguenze talvolta gravi.
Sono, in modo diverso, gli stessi sintomi presenti, in termini e quantità diverse, in molti cittadini che vogliono esprimere il loro dissenso con la protesta, la manifestazione in piazza, la reazione vociante è dura. Ora con i vari social network sui computer con insulti, false notizie riprodotte anonimamente, ingiurie personali poco coraggiose visto che sono protette da varie forme di anonimato.
Il corpo sociale reagisce anch’esso come quello umano, essendone da questi composto, con sentimenti, antipatie e simpatie, valutazioni irridenti o rabbiose, ironie e storielle sentite da altri.
Ecco perché è necessario e razionale, nell’interesse proprio e del Paese, non affidarsi alle promesse dei “maghi” che sono riccamente presenti anche nella politica, che danno illusioni, che stimolano speranze, giudizi categorici su tutto e su tutti, basandosi sulla eterna forza della demagogia, della esperienza dei tribuni, capaci di utilizzare proteste popolari anche legittime un tempo con i comizi e ora con la moderna capacità tecnica di comunicazione. Organizzata e costosa, perché solo chi ha molti soldi o interessi se la può permettere.
Di fronte alla debolezza politica e ai problemi della società non mancano certo le promesse di guarigione dal malessere sociale, lo scatenamento d’istinti, rabbie e rivendicazioni, la trasformazione di problemi reali, di difficoltà, di errori in colpe che hanno bisogno di colpevoli che devono espiare, di nuovi salvatori, sorti dal nulla, ma già capaci di risolvere i nostri annosi e più gravi problemi.
Nei secoli passati, anche da noi, nei paesi europei e mediterranei, gli avversari erano persone o gruppi anche numerosi, da eliminare fisicamente con le forche e le ghigliottine, con le crocifissioni e le fucilazioni.
La cultura e la maggiore civiltà hanno posto fine, non ovunque e non sempre, a questi sistemi ma capipartito e capipopolo non disdegnano di accettare le loro conseguenze, anche inumane e crudeli. E vogliono farlo con un accattivato consenso popolare, promettendo la panacea, proponendo una nuova dirigenza politica, fatta di giovani non gravati da precedenti culturali, da esperienze e conoscenze ma con le idee chiare. Spesso non proprie ma di un capo al quale obbedire, perché è un vero mago, con slogan sintetici quanto non seriamente motivati, aggressivi per stimolare tensioni e profittare d’ignoranze, che impone il silenzio anche ai propri seguaci nel quadro di un fascistico “taci, il nemico ti ascolta”. Trasformando in nemico chi non la pensa come lui.
La gente si affida a un nuovo progetto, che in realtà non esiste, ne segue con entusiasmo il suono, gli accenti e le tonalità, non valutando sintetici e frettolosi slogan, applaudendo insulti e battute, sentendosi assai simile al livello di chi parla dal palco, con importanza. Sentire solo la musica è fare come i bambini di Hamelin, nell’episodio medievale ricordato nella favola dei fratelli Grimm, che seguivano il pifferaio magico, sparendo in luoghi sconosciuti e ignorati, lasciando le loro famiglie nel dolore e la città vuota di futuro.
Nel nostro passato i pifferai che i popoli hanno seguito hanno indossato abiti diversi, dalle divise militari agli abiti civili, dalla canottiera allo smoking ed anche al saio, dal costume di teatro alla maschera comica.
Quei popoli ne hanno drammaticamente sofferto le conseguenze ma poi, passata una generazione, hanno dimenticato tutto, rimuovendo mentalmente anche la propria storia. Che può riproporsi, simile nei suoi contenuti.
Di uguale, nella vita collettiva, c’è sempre qualche pifferaio, idoneo al luogo e al tempo, e ci sono le orecchie disponibili di chi lo ascolta e lo segue, troppo spesso senza chiedersi da che parte sta andando, dove lo si sta conducendo e quanto gli costerà quel viaggio.
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