Sono terminate gli scorsi giorni le quotidiane conferenze stampa delle 12.30 dalla sede della Protezione Civile di Marghera del presidente del Veneto Luca Zaia di aggiornamento sull’epidemia di Coronavirus. L’appuntamento, che era ormai diventato un cult per i veneti chiusi nelle loro case (e pure per Maurizio Crozza) mancherà.
Ma chi è Luca Zaia, padre del cosiddetto “modello Veneto”? E perché è diventato uno dei volti più conosciuti e stimati d’Italia?
Nato a Conegliano nel 1968, laureato presso la Facoltà di Agraria a Udine, iscritto prima alla Liga Veneta, poi alla Lega Nord, è stato dapprima presidente della provincia di Treviso (1998), poi vicepresidente della giunta regionale a Venezia (2005). Ministro delle politiche agricole (2008), è diventato governatore del Veneto nel 2010, carica che detiene tuttora.
Ma cos’è che l’ha reso così popolare in questo anomalo periodo?
Probabilmente, in un momento in cui tutti erano terrorizzati e “bloccati” in casa e in attesa di una guida, è stato il suo modo di fare decisionista, a tratti duro, a tratti comprensivo (secondo alcuni tipico delle forme di governo paternalistiche) a renderlo “lo zio burbero” di tutti i veneti. Magari, è stato pure il suo essere spesso sui media a farlo diventare figura rassicurante per i cittadini, quasi per affermare che … il Veneto c’è, e si vede, o, forse, è stato, semplicemente, il suo essere “il meno peggio”.
E cosa ha ispirato il “modello Veneto”, esempio virtuoso di gestione della pandemia (al momento scalfito dai nuovi focolai e polemiche)?
Lo schema era basato, nell’emergenza, su un semplice assunto: il comportamento del virus (Covid-19) era sconosciuto, quindi era necessaria massima attenzione e prudenza. In coerenza con questo, Zaia ha, da buon zio “illuminato”, nei momenti peggiori, fatto portare “ai nipotini” le mascherine (allora introvabili) per coprire il viso (obbligandone l’uso anche all’aperto). Ha imposto limitazioni di orari e aperture ai pochi negozi rimasti aperti (es. i supermercati nei giorni festivi), e deciso i famigerati 200 metri di limite massimo di distanza da casa per passeggiate e sport all’aperto, e questo perché …i veneti sono persone “pratiche” che hanno bisogno di un limite quantitativo. Altre decisioni importanti sono state la chiusura dell’ospedale di Schiavonia (PD), dove si erano registrati i primi contagi, la creazione dei “Covid Center”, centri esclusivi e dedicati alla cura del nuovo Coronavirus, e l’effettuazione di tamponi di massa (al totale della popolazione nel caso di Vo’, primo focolaio). A questo proposito, non senza un pizzico di orgoglio aveva mostrato, pure, i dati dei tamponi fatti dai vari paesi, segnalando come il Veneto era tra i primi (“Stati?”) per numero, appaiato alla Corea del Sud. Infine, come già sottolineato, uso del pugno di ferro e di interpretazioni restrittive delle normative nazionali.
Superata la fase peggiore, ha, poi, al grido di “i veneti vogliono lavorare”, iniziato una sua personale strategia della distensione, spingendo, e ottenendo, via via concessioni per la riapertura di negozi, bar, ristoranti e altre attività.
Praticità, semplicità e conoscenza del suo territorio, forse questo, in sintesi, il suo segreto.
E ora? Lo aspetta un posto romano?
Una cosa è certa: escludendo catastrofi, altri cinque anni da governatore sono scontati! Unica incertezza: arriverà a percentuali alla Vladimir Putin, diventando così anche zar del Veneto, o rimarrà solo doge?
Nella speranza di non vederlo più da Marghera, il che sancirebbe l’auspicabile fine dell’emergenza sanitaria (nuovi focolai compresi), certamente mancheranno le letterine dei bambini, che lo consideravano, ormai, un supereroe, e le citazioni di Eracleonte da Gela. Per queste, però, ci saranno, ci si augura, altre più serene e felici occasioni.
Foto gentilmente concessa dal Cons. Prov. Aut. di Trento Alessia Ambrosi
di Matteo Peretti

