Puntuali come le cambiali, i problemi giungono al loro epilogo. Tutti conosciamo la vergognosa durata dei processi, più o meno tutti sappiamo che avviarne uno, soprattutto civile, significa avere la risposta in una decina di anni…così è anche quando sono i nostri politici ad essere coinvolti. Con conseguenze di vasta por tata.
dell’avv. Aventino Frau
A queste durate fisiologiche contribuiscono non poco gli avvocati, non solo nel caso di Berlusconi, ma di tutti i debitori (più tardi pago e meglio è) e tutti coloro che ragionevolmente temono la condanna. Se la giustizia non funziona, le colpe sono prevalentemente del legislatore (succube delle varielobbies) e in parti uguali, di magistrati e avvocati. Tutti loro protestano e sono però totalmente restii al cambiamento, anche di una piccola e per loro comoda sede giudiziaria. Ora il problema del momento terminale dei processi a Berlusconi sta esplodendo e con esso la situazione politica e forse istituzionale del Paese, che si trova dinanzi a due pesanti problemi. Se possa la politica, cioè l’espressione delle volontà popolare, abrogare le norme legittimamente espresse in uno stato di diritto e che la costituzione stabilisce “erga omnes” e “super omnes” salvo deroghe e immunità regolarmente previste e sancite. Se possa l’amministrazione della giustizia “danneggiare o annullare” con le sentenze, la volontà popolare, colpendo, in modo inappellabile, le sue espressioni, siano esse di parlamentare, o ministro, o di Presidente del consiglio. Se cioè vi possa essere un’immunità di fatto, non prevista dalle norme ma resa tale da un peraltro forte ma parziale consenso elettorale. Con la maggioranza, come spesso si è fatto, si possono cambiare le leggi, e i critici, non del tutto a torto, la chiamano “dittatura della maggioranza”. Tralasciamo la “grillesca” tesi della ineleggibilità di Berlusconi che, se non fosse comica, sarebbe patetica e ci trascinerebbe nel ridicolo internazionale, con grande successo per un comico di rilevanza solamente nazionale. Resta la congiuntura drammatica del Paese che si contestualizza con la vicenda giudiziaria di un leader politico che rischia la impraticabilità dei pubblici uffici e quindi l’estromissione dal Senato. Con le possibili conseguenze della “rivolta” dei suoi parlamentari, giuridicamente eletti e politicamentenominati, che senza di lui sarebbero pecorelle smarrite e senza collare. La salvaguardia del governo potrebbe essere quindi considerata un superiore interesse nazionale, una ragion di stato talmente forte da giustificare un provvedimento di legge ad personam o un atto di clemenza del Presidente della Repubblica. Il governo, un particolare governo, come giustificazione per la non applicazione di sentenze passate in giudicato, sarebbe certo un precedente costituzionale assai discutibile e pericoloso. Immaginiamo anche l’ipotesi di una maggioranza che dipendesse da un solo voto e quel voto fosse in pericolo per una sentenza, riguardante un singolo personaggio, uno Scilipoti qualsiasi, andrebbe salvato. Se il presidente della Repubblica verificasse la possibilità di formazione di un altro governo, altrettanto di emergenza ma comunque dotato di una maggioranza, sarebbe costituzionalmente costretto a prenderne atto. Sembra quasi impossibile trovare una formula, pur eccezionalmente, giustificabile per evitare l’esito delle sentenze. Non si tratta di giochetti politici, e non basta qualche battuta,
pur brillante dell’on. Santanchè o qualche ruggito dell’on. Brunetta, che da economista non ha tanta dimestichezza con il diritto. Chi, come chi scrive, ha una formazione giuridica e un’altrettanta predisposizione ed esperienza politica, e disprezza profondamente la demagogia, si trova effettivamente in un grande imbarazzo. Se i Tribunali e le Corti di appello, oltre che la Cassazione, e non i Pubblici Ministeri, hanno emesso le loro sentenze, dobbiamo considerarlevalide, quindi prevalenti in
quanto applicative della legge. Se la legge, espressa dalla rappresentanza della volontà popolare, sta sopra qualunque cittadino, associazione, istituzione, è perché il popolo decide, tramite il Parlamento, e la decisione obbliga tutti, a cominciare dal popolo stesso. Berlusconi ha l’età per fare il presidente della Repubblica, ma non più quella per andare in carcere. Al massimo ai domiciliari. Se potessi ancora dargli un consiglio, gli direi di mantenere la linea della moderazione, della più naturale legalità. Un leader può rimanere tale, e lui lo è, anche senza incarichi in Parlamento o nel Governo. E tanto più se, dopo non pochi danni fatti e lasciati fare, contribuisce alla stabilità del Paese e favorisce una politica di pacificazione e di crescita. Gli strumenti non gli mancano, i soldi nemmeno, d’intelligenza ne ha da vendere. Gli serve il grande balzo politico, quello degli uomini di Stato, dei Grandi; oggi se ne vedono pochi, ma basta guardare indietro e ricordare: De Gaulle, Adenauer, Churchill, De Gasperi e altri. Certo non può essere come loro, ma sicuramente è in grado di prenderne l’esempio, nell’intelligente azione per il Paese, e, visto come sono andate le cose, al massimo con la rinuncia di un posto al Senato.
