- Tenente dei Carabinieri Martina Perazzolo –
Il Carabiniere del radiomobile interviene quando arriva al 112 una richiesta d’aiuto dal cittadino. In questo caso è la donna che chiama. Quando una donna decide di comporre il numero 112 e chiedere aiuto non è mai la prima volta che subisce una violenza. Nemmeno la seconda o la terza. Una donna chiede aiuto alle Forze dell’Ordine quando ormai è esausta, quando la sua sofferenza fisica e, soprattutto psicologica, l’ha portata all’esasperazione. Il Carabiniere interviene quasi sempre durante il disperato urlo d’aiuto, e raramente quando la situazione si è calmata. Quando, infatti, si è ristabilita la tranquillità, anche se momentanea e precaria, la donna vittima tende a soffocare la disperazione nella paura, si chiude in se stessa, e non chiede aiuto, convinta di non averne bisogno, o perché terrorizzata di uscire allo scoperto. La richiesta di aiuto, molto spesso, scaturisce dall’incoscienza e dalla spontaneità della disperazione.
Il Carabiniere, quindi, si trova spesso a fronteggiare una lite tra coniugi o conviventi non conoscendo minimamente la situazione pregressa della coppia, non capendo cos’è successo, né sapendo il motivo del litigio e delle urla; deve agire con sensibilità e cautela, non può prendere le parti di nessuno, per non scatenare il peggio. Il suo scopo è solo quello di riportare la calma e cercare di capire a fondo. Mette la sua umanità e il suo buon senso davanti a tutto, e, dimenticandosi procedure e verbali, cerca di creare un contatto mentale con chi si trova davanti. Deve capire la verità, senza lasciarsi influenzare dalle apparenze o da eventuali manipolazioni. Quindi, instaura un dialogo con le due controparti, e, separatamente, le ascolta, ne assorbe gesti e parole, per capire come aiutarle.
Il Carabiniere può tanto più proteggere la parte offesa quanto più questa si fida di lui. Tra il Carabiniere e la donna vittima si instaura un rapporto. Questo avviene o conseguentemente ad un intervento che fa luce su una situazione familiare prima oscura, o perché è lei stessa che decide di andare in caserma e farsi aiutare. Questo rapporto non deve essere visto con paura o diffidenza: il Carabiniere, uomo o donna che sia, sta dalla parte della vittima. Il raccontare al Carabiniere, ovvero il denunciare i fatti, non deve essere un’ulteriore motivo di ansia, ma il primo piccolo passo verso una soluzione. Le alternative sono: continuare a soffrire, o fare qualcosa per porre fine alla sofferenza. Il fare qualcosa sta proprio nel fatto di dire a chi applica la legge che qualcuno la sta violando su noi stessi. E la violazione della legge si concretizza nella violenza, fisica o psicologica. E la violenza può avere tante sfaccettature diverse, può essere legata a forme di reato descritte da molti articoli del Codice Penale. Eccone alcuni:
- art. 570 – Violazione degli obblighi di assistenza familiare;
- art. 571 – Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina;
- art. 572 – Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli;
- art. 575 – Omicidio;
- art. 580 – Istigazione o aiuto al suicidio;
- art. 581 – Percosse;
- art. 582 – Lesione personale;
- art. 583 bis -Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili;
- art. 595 – Diffamazione;
- art. 605 – Sequestro di persona;
- art. 609 bis -Violenza sessuale;
- art. 609 octies -Violenza sessuale di gruppo;
- art. 610 – Violenza privata;
- art. 612 – Minaccia;
- art. 612 bis – Atti persecutori (stalking);
- art. 616 – Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza;
- art. 617 – Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche;
- art. 617 bis -Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche;
- art. 660 – Molestia o disturbo alle persone.
Quando si decide di voler bene a se stesse, e quindi di voler uscire dal tunnel amore-violenza, si inizia un percorso. Questo non è sicuramente semplice, ma è l’unico modo per cercare di ristabilire la giustizia, per riprendersi la propria libertà. E per farlo ci si deve affidare all’Autorità Giudiziaria, e quindi, in primo luogo, alle Forze dell’Ordine. Non è semplice poiché si deve ripercorrere la sofferenza vissuta, raccontare tutto in modo dettagliato, non omettere niente. Scrivere una denuncia per maltrattamenti in famiglia o per atti persecutori dura ore, a volte giorni, interrompendo e poi riprendendone la stesura, perché per la vittima è sicuramente pesante e faticoso. Il Carabiniere deve essere paziente, preciso nella descrizione, ma anche abile a saper riconoscere se alcuni racconti vengono inventati per aggravare la situazione o piuttosto omessi per nascondere tentativi di riavvicinamento fatti da parte della vittima.
Dopo aver denunciato, una delle cose più importanti, è non ritirare la querela, non avere ripensamenti, perché il tutto perderebbe di valore, diminuendo, così, anche la credibilità della vittima agli occhi dell’Autorità Giudiziaria che è tenuta a prendere provvedimenti restrittivi della libertà nei confronti del soggetto colpevole. È fondamentale, una volta iniziato il percorso di risalita, non fermarsi né, ancor peggio, tornare indietro. Oltre a fidarsi delle Forze dell’Ordine, che sono il primo interlocutore in una situazione di pericolo e paura, bisogna poi affidarsi a strutture di assistenza sociale apposite, e permettere di farsi aiutare, lasciando spazio e disponibilità.
È inoltre importante sapere che, dopo la denuncia, (primo passo per riprendersi la serenità), il percorso continua, non si viene abbandonate dai Carabinieri. Anzi, è proprio da lì che inizia il programma di protezione e tutela con frequenti controlli sul luogo dove la vittima vive e dove lavora, ma anche con colloqui ed integrazioni ogni volta che il denunciato si ripresenta a tormentare la vita della denunciante, e con, ovviamente, l’immediato intervento quando questo accade. Ed ecco che qui sta una differenza fondamentale: l’intervento della pattuglia alla luce di una più ampia realtà di maltrattamenti o stalking, che si inserisce in una storia già delineata e di più facile interpretazione per l’organo giudicante, piuttosto che l’intervento estemporaneo in una realtà tenuta oscura, che, come detto all’inizio, deve essere analizzato ed approfondito ex novo, senza inserirsi in una vicenda processuale già esistente e conosciuta.
Tra le tante situazioni che ogni giorno le pattuglie del pronto intervento dei Carabinieri si trovano ad affrontare, le più diffuse sono quelle dei maltrattamenti in famiglia e degli atti persecutori (stalking). Entrambe le situazioni vedono quale vittima la donna innamorata, che vuole bene all’uomo che le fa del male. Ed è proprio qui che sta la difficoltà di smascherare e debellare questo male che piano piano logora la vita di chi subisce, e degli eventuali figli che molto spesso sono la causa del non voler denunciare, ma allo stesso tempo coloro che più soffrono la situazione tenuta all’oscuro.
Invito tutte le donne a rivolgersi ai Carabinieri fin da subito, al primo episodio di violenza che subiscono. Invito le donne ad avere il coraggio di denunciare ciò che subiscono, anche se il destinatario della denuncia è la persona che amano, proprio perché se amano meritano amore, non violenza. Invito le donne a fidarsi dei Carabinieri e delle forze dell’Ordine in generale, anche solo per uno sfogo, un confronto, una spalla a cui aggrapparsi per sentirsi tutelate, più sicure.

