Donne tutte sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico!”. Era il 1906 e così la pedagogista Maria Montessori invitava le donne a essere attive socialmente e politicamente. Era, ormai, un bisogno sentito: le donne sgomitavano per farsi largo in una società da sempre pensata e realizzata solo da esponenti uomini, i quali avevano loro “conferito” e “concesso”, sino a quel momento, il ruolo sociale di “angelo del focolare domestico”.
Maria Montessori a inizio 1900 raccoglieva nelle sue parole tutto lo scontento e la volontà delle donne che arrivavano da ogni parte del mondo: nel 1832 le suffaggette inglesi danno inizio a questa lunga battaglia, riuscendo a ottenere il diritto di voto nelle elezioni locali e, più tardi, nel 1928 a ogni votazione nel Paese; nel 1893 le suffraggette neo zelandesi erano riuscite, prime fra tutte, a ottenere il suffragio universale.
La conquista – soffertissima – dell’uguaglianza giuridica fu frutto di un cammino e un cambiamento lento, avvenuto in un momento di grandi avvenimenti storici che, come mai prima d’ora, avevano coinvolto le
donne: dalla rivoluzione industriale, che aveva consentito alle donne – operaie l’accesso al mercato del lavoro, l’avvento della Prima Guerra Mondiale, durante la quale le donne hanno dovuto rimboccarsi le maniche, uscire dalle proprie case e assumere ruoli e decisioni sempre più importanti, “grazie” all’assenza degli uomini impegnati nelle trincee: erano diventate le uniche (possibili) responsabili della Nazione.
Le organizzazioni femminili volute dal regime fascista hanno avuto, poi, il merito – del tutto involontario – di aver contribuito a spingere le donne fuori di casa: la donna fascista doveva contribuire alla grandezza dello
Stato, dedicandosi alla propaganda, alla beneficenza e all’assistenza, con il preciso obiettivo di partecipare al progresso della vita civile. E sul finire della Seconda Guerra Mondiale, ormai imboccata la via, le donne si sono schierate accanto agli uomini nella lotta partigiana, il vero momento di svolta. Hanno condiviso, per la prima volta, ruoli prettamente maschili, ideali e pericoli: erano informatrici, staffette indispensabili per mantenere il collegamento tra le brigate partigiane e le città; iniziano una vera e propria rivoluzione sociale, che nulla ha di violento, ma tutto ha di rivendicazione: hanno dimostrato – lottando con le unghie e con i
denti – che il Paese non poggiava più su una gamba sola, ma su due.
È con questa consapevolezza che le donne si affacciano al secondo dopoguerra volendo e, anzi, pretendendo il riconoscimento di un ruolo e di un’importanza sociale che non poteva più essere negata. Il 30 gennaio 1945 le donne italiane diventano, per la prima volta, cittadine. E cittadine a tutte gli effetti. In realtà questo traguardo andava molto al di là della semplice azione “dell’andare a votare”: era l’affermazione giudica della donna, tanto voluta, tanto combattuta, era l’uguaglianza morale, intellettuale e civile di tutti i cittadini senza più alcuna discriminazione di genere (è bene segnalare che la vera battaglia per raggiungere la parità, come pari opportunità, tra i generi è ancora in atto).
Venne così emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 (c.d. Drecreto Bonomi) che conferiva espressamente il diritto di voto alle italiane che avessero compiuto almeno 21 anni, a esclusione delle prostitute. “Era la prima volta che potevano fare una cosa senza l’autorizzazione del marito…lo facevano magari a dispetto di quello che sapevano che avrebbe fatto il marito. Era una rivalsa di genere! Un trionfo di una femminilità che acquistava il senso del potere”, così ricorda l’arguta voce di Fausta Monelli, votante nelle elezioni per la costituente e nel referendum tra Monarchia o Repubblica.
Un’ultima nota di colore sulla vicenda. La prima occasione per le donne di presentarsi alle urne fu il 2 giugno 1946, data che fu ricordata come “il voto senza rossetto” dal momento che le votanti furono invitate dal Corriere della Sera ad andare a votare senza, appunto, alcun rossetto sulle labbra poiché, a quei tempi, la scheda elettorale necessitava di essere umettata per essere correttamente richiusa e le donne avrebbero potuto involontariamente lasciarvi sopra un po’ di rossetto e rendere nullo il voto.
E ad andare a votare quella prima, storica volta furono in tante, tantissime: milioni di donne andarono aiseggi orgogliose, consapevoli e con il rossetto in borsa. “E le italiane, fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini – cito Tina Anselmi, grande protagonista della Resistenza italiana nonché prima donna a ricoprire la carica di ministro della Repubblica Italiana – spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate, non eravamo pronte.
Il tempo delle donne è sempre stato un enigma per gli uomini E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti.
Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica!”. Quanta attualità in queste parole. Tanta che viene spontaneo chiedersi perché, tra i tanti nomi di possibili premier che sono stati citati nelle scorse settimane, ancora nessuno si riferiva a una donna. Viene da
chiedersi perché un numero sempre maggiore di donne manca all’appuntamento con il voto, come lo dimostrano le ultime elezioni o gli ultimi referendum.
Forse alle prossime elezioni dovremmo provare, tutte, a sentirci “non abbastanza” intelligenti per poter votare, non abbastanza razionali, non abbastanza uomini. Perché, forse, diamo troppo per scontato, ora, un
diritto che per essere conquistato è valso sacrifici, dimostrazioni, prese di coscienza, lotte e rivoluzioni silenziose. Ed è molto più di quello che oggi riusciamo anche solo a pensare. Forse il ricordo di quelle donne ha ancora molto da insegnarci.
Chiara Aldegheri
Dottoressa in giurisprudenza

