Quasi pronti, pronti, via. Con il taglio del nastro è partita la 305^ antica fiera “de San Piero”, quest’anno almeno nei tempi canonici. 305 edizioni e non sentirle visto che già in prima serata il corso ha mostrato una discreto afflusso di gente che ha fatto da cornice alla cerimonia di apertura. Come da programma, alle venti, tutta la nuova giunta e diversi consiglieri di maggioranza, autorità militari locali, invitati, tra cui il presidente della Provincia dott. Pastorello, il sindaco di Mozzecane Piccinini il rappresentante dell’amministrazione di Sommacampagna assessor Bertolaso, ed il nostro parroco Don Andrea si sono riuniti nel piazzale antistante il castello per il tradizionale del nastro. Forse non sono stato molto attento ma non ho notato nessuno della minoranza. Il sindaco neo insediato Roberto Dall’Oca ha dato subito la parola al neo assessore alle manifestazioni Luca Zamperini che ha espresso in maniera chiara e concisa il suo pensiero: valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti tipici e fare squadra anche con gli altri comuni. La parola è poi sindaco che ha brevemente annunciato il suo prossimo programma: Rilancio politico e culturale del paese. Poi è stato il turno del Presidente della provincia Pastorello che nel compiacersi che due dei suoi i ex consiglieri provinciali (Zamperini e Claudia Barbera) siano ora assessori ha ricordato come la provincia sia la casa dei comuni ed ha invitato le amministrazioni a lavorare assieme per superare le inevitabili difficoltà, a stare vicino alla gente ed essere esempio di come si amministra. Don Daniele prima di impartire la benedizione ha invitato tutti a ricordare le radici religiose della festa del Santo Patrono. Tagliato il nastro il corteo, preceduto dalla banda con majorette di Quaderni, ha sfilato lungo il corso fino davanti alle scuole elementari per poi tornare fino alla piazza e svoltare in via pace fino alla Casa del Trattato dove con un sobrio rinfresco si è conclusa la cerimonia. Particolarmente apprezzate sono stati i brani eseguiti dalla banda e le diverse esibizioni delle majorette. Fin qui la cronaca della cerimonia, bello il corso con i già in funzione chioschi ed esposizioni. Belle le giostre nell’area antistante il castello. Manca la Ruota Panoramica ricordo di alti tempi. A proposito come era un tempo “la sagra de San Piero”, vi ripropongo lo stralcio di un articolo già pubblicato sul secondo libro “Vilafranca de ‘na olta” < Per consolidata usanza nel paese, che grossomodo era solo l’attuale centro storico, le zone dedicate ai vari tipi di animali o di attrezzature erano già prestabilite. Contrà Mantoana (via Messedaglia) era per i cavalli e qualche somaro. In quasi tutta la via, venivano fissate, da un’inferiata all’altra delle case, delle grosse corde alle quali poi venivano legati gli animali, uno a fianco dell’altro. Via Rinaldo era per i muli e le asine (non per niente è detta ancora oggi “via de le muse”). Tutto il vallo attorno al castello era ingombro di gabbie, stie e “corghi” di galli, galline, pulcini, polli e faraone, ed ancora cesti pieni di anatre ed anatroccoli e “caponare” stipate di maialini. In via Trieste, dove c’era “el mulin de Perteghela” erano in bella mostra pecore e capre. Sul corso invece venivano esposte nuove e vecchie attrezzature per il lavoro nei campi, rami ed utensili per la cucina e quant’altro per la bottega e per la casa. Ed infine davanti al castello non potevano mancare le giostre e qualche altra attrazione come lo spettacolo di saltimbanchi o l’ascesa in cielo con la mongolfiera del Quaglia. A Villafranca, che era una delle fiere più importanti della zona, di giostre ve ne erano sempre almeno tre e talvolta quattro. L’immancabile “cacianculo” (i seggiolini volanti) e l’altrettanto onnipresente giostra dei cavalli, vi era quella delle gabbie (da dentro occorreva farle ruotare, a spinta) e, non sempre, un progenitore del “brucomela” una specie di mini montagne russe. Dalle frazioni e dai paesi vicini le persone arrivavano a frotte, intere famiglie o gruppi, a piedi o in bicicletta o su carretti stracarichi di gente. I carretti o meglio le carrette a “trazione animale” erano le stesse usate per il lavoro nei campi. Ci si metteva sopra un paio di file di “bale de paia” e poi tutti su, grandi e piccini anche loro col vestito della festa. Si veniva alla fiera per comprare, forse, ma anche solo per vedere le novità (allora non c’era ancora la televisione e non tutti potevano permettersi giornali o riviste) ed anche per farsi vedere, come le ragazze in età da “moroso”. Per tutta la mattina in Contrà Mantoana occorreva passeggiare con la massima prudenza e stare attenti e passare a distanza di sicurezza da tutti quei cavalli che ti potevano rifilare un pericolosissimo calcio ma tant’è ai pericoli ci si era avvezzi sin da piccoli. E che dire dei pesanti carri che, con le ruote bloccate da robuste catene, andavano avanti ad indietro nella via per mostrare ai probabili compratori la forza e la potenza dei possenti cavalli da tiro. Nel pomeriggio poi la fiera diventava sagra. Riportati a casa gli animali “invenduti” si andava alle giostre. Davanti al castello o sulla piazza della chiesa, per qualche moneta, si esibivano anche dei “fenomeni di baraccone”. Tra i tanti vi riporto, così come me li hanno raccontati, un paio di fatti curiosi. Il primo è accaduto sul piazzale del castello. Lì una specie di “fachiro” sdraiato per terra con una spessa lastra di pietra appoggiata sul petto sfidava chiunque tra i presenti a romperla utilizzando una grossa mazza. La pietra era resistente e nonostante vari colpi non si spezzava fino a che non si è fatto avanti Bruno Baldini (il papà di Arturo). Costui, uomo gigantesco e di professione facchino, quindi ben avvezzo all’uso della forza, vibrò un primo colpo con un po’ di circospezione. Invitato dall’uomo stesso a metterci più energia Bruno menò un gran colpo tanto che la pietra si ruppe così come pure anche il “fachiro” che dovette essere portato subito all’ospedale per fortuna allora proprio sul corso. Il secondo fatto, meno tragico ma più esilarante è accaduto sul piazzale della chiesa. Lì altro forzuto sfidava chiunque a salirgli a piedi nudi sulla faccia scommettendo di poter sostenere il suo peso per almeno un minuto. Anche qui dopo varie prove riuscite si presentò a sfidarlo un omone di oltre 120 chili. Levatesi le scarpe e salito sul volto del forzuto dopo meno di mezzo minuto ne provoca la resa. “Ho perso no par el peso ma par la spusa dei piè, a momenti me stofego” fu la giustificazione dello sconfitto. E così tra “giri attorno a le giostre e a vedar i siori a magnar le paste“ anche per i “pitochi” trascorreva una giornata all’insegna dell’allegria e del “dolce far niente”. Per i più la sagra si concludeva con “ ‘na feta de anguria o en persego” o, se andava bene, un gelato comprato da Archimede o da “Isidoro Bortolin” che allora aveva la gelateria sul corso proprio di fronte alla chiesa. A sera inoltrata poi, ancora sulla via di casa, ognuno tornava col pensiero alle proprie incombenze ma “anca a la sagra de ‘st’an che ven” per vedere altre “novità” e con la speranza di nuovi affari o fortune>. Questo e molto altro nel libro.
di Luciano “Rico” Bresaola

