Cari amici e care amiche questa volta ci riporta nella “Villafranca de na’ olta”, la storia di un compaesano che di ogni forma di spettacolo, dall’osteria al palcoscenico dalla strada al posto di lavoro, ne ha fatto la ragione della sua vita. Arturo Baldini, classe 1948 per gli amici “Ringo” è l’unico figlio di Bruno e di Maria Franchini. Rimasto sena il padre in tenerissima età Arturo è di fatto allevato dalla zia Bruna (la sorella del papà) che non essendo sposata ha più tempo da dedicargli. Sua mamma Maria, infatti fa l’inserviente alla scuola materna San Giuseppe. Ogni mattina inizia il lavoro molto presto e la sera rincasa tardi e chissà se forse è per questo motivo che Arturo per tutta la sua vita avrà verso il lavoro un vera e propria “repulsione”. Di sicuro con la mamma non riusce ad avere un normale rapporto che anzi, talvolta, rasenta l’indifferenza. Arturo cresce nella Villafranca del “boom” economico, (periodo tra la fine degli anni ’50 a tutti gli anni’60 ed oltre), tempi che hanno determinato il radicale cambiamento degli stili di vita. Sin da ragazzo mostra di essere “uno spirito libero”, insofferente delle regole e degli schemi sociali. Abita con la zia che, come spesso capita a nonni e zii, per toppo amore non è capace di negargli nulla. Arturo, sia che debba andare, a scuola o al lavoro, ogni mattina ha la cronica difficoltà ad alzarsi. La Bruna “par butarlo so dal leto” usa talvolta le maniere forti, il manico di una scopa, ma Arturo non si piega anzi è di pubblico dominio la risposta che ogni volta le dà, “picchia, picchia, gli artisti soffrono in silenzio” e alla fine è lei a piegarsi e così ogni mattina gli lascia sul comodino un pacchetto di sigarette e dei soldi, rapportati “all’inflazione”. Inizia con mille lire aumentati di tanto in tanto fino alle ventimila degl’ultimo periodo. Ed è così che in lui, con una seppur piccola rendita assicurata, si consolida la sua personalità, estroversa, allegra e gioviale ma ostica, ad ogni regola che non sia la sua ed insofferente a vincoli di sorta. Arturo ama sopra ogni ragionevole “limite” la compagnia ed il divertimento. Con i coetanei è assiduo frequentatore dei ritrovi del paese ed in particolare dell’Eden Bar di Contrà Mantoana e del Bar Luciano di “Brustolin”. Alla sera è sempre uno degli ultimi ad arrivare e l’ultimo a “ritirarsi”. Talvolta gli amici vedendolo un po’ più “stralunato” del solito gli chiedono “ cosa hai mangiato a pranzo” e lui “ ’na coca cola”, e cosa hai mangiato a cena “ ‘na coca cola”, ma non si preoccupano Arturo è così e ogni tanto ha “crisi mistiche”. Alto ben oltre la norma e dotato di un fisico slanciato in Villafranca è tra i primi a giocare a basket ma l’agonismo, l’ ”energia” e la perseveranza non sono il suo forte. Preferisce la musica ed il canto. Da autodidatta impara presto a suonare la chitarra ed il pianoforte ed incomincia ad esibirsi in pubblico acquisendo in paese una discreta notorietà. Per qualche anno assieme al cugino “Boton”, fa parte, tra l’altro, della compagnia Aurora e con questa sale sul palco della rivista interpretando “se stesso”. Per introdurlo nel mondo del lavoro gli “amici” si mobilitano e gli procurano un primo lavoro; rappresentante della Sperlari, la nota marca di caramelle, con tanto di auto e “portafoglio clienti”. Dura due o tre mesi e poi si dimette, quel tipo di lavoro non gli piace e gli crea troppa ansia. Allora gli procurano un altro lavoro, alla Paluani, ma anche qui non finisce nemmeno il periodo di prova perché Arturo, anche durante l’orario di lavoro, è sempre “sul set”, canta e racconta storie e barzellette e così oltre a non lavorare lui non fa nemmeno lavorare gli altri. Tra lavori saltuari ed aiuti economici trova un certo equilibrio ma come si sa nella vita nulla, nemmeno il precario, può durare per sempre. Quando scompare sua zia Bruna e con essa il suo piccolo “reddito la mamma non può aiutarlo, non ne ha nemmeno per se, e tuttavia Arturo, anche senza mezzi, continua a condurre una vita da bohèmien (temine usato, per estensione, per indicare un giovane artista che nell’attesa della notorietà conduce una vita povera e disordinata ma libera ed anticonformista) che non può durare a lungo e così occorre un’altra mobilitazione degli amici per trovargli un’ altro lavoro e questa volta più stabile, comodo e sicuro, quello di “inserviente” all’ospedale Magalini. Questa volta dura un po’ più a lungo ma anche questo lavoro non gli si addice perché vi occorre: la puntualità nel presentarsi sul posto di lavoro, fare quello che gli dicono i “capi”, e soprattutto lasciare a casa la chitarra. Si cerca di far di tutto per “salvargli il posto” compreso il suo trasferimento all’ospedale di Valeggio dove viene impiegato come aiuto cuoco e gli viene dato anche vitto ed alloggio ma Arturo proprio non riesce a fornire i benchè minimi standard lavorativi. Più volte richiamato anche da lì si licenzia. Egli è uno spirito libero tanto che anche il suo matrimonio, con una che se ben ricordo faceva la cassiera del bar della stazione Porta Nuova di Verona, dura ben poco, nemmeno il tempo di una” luna di miele”. Arturo preferisce, specialmente d’estate, stare a Peschiera, di giorno sul lungolago e di sera nei locali dove guadagna qualche spicciolo cantando. Celebri sono i suoi “attacchi”,” “dammi un Do” poi dopo aver “accordato” la voce con una serie di “do doo doo” con cipiglio da maestro di musica dice al compagno musicista di turno “questa (canzone) la facciamo in sol”. Arturo dorme spesso da amici o dove può. Ed è proprio in questo periodo che sembra dare una svolta significativa alla sua vita. Si innamora di lui una signora tedesca, un po’ più avanti negli anni in verità, ed alla fine della stagione se lo porta in Germania. Passa così qualche anno e quando sembra che “la cosa” debba durare ecco che una sera improvvisamente Arturo torna, da solo, a Villafranca. Racconta di essere partito dalla Germania così su due piedi, senza un soldo e nemmeno un cambio di biancheria. Arturo sa a quali porte bussare e dove “batter cassa” ed ancora una volta gli “amici” lo aiutano ma alla fine occorre affidarlo ai Servizi Sociali che gli trovano un alloggio e gli danno un minimo di sostentamento. Per un periodo si mette anche con una compagna di Monzambano ma si sa con lui nulla può durare a lungo e torna a Villafranca e dai Servizi Sociali. Consentitemi prima di concludere due ricordi personali. Ho conosciuto Arturo al doposcuola (delle elementari) dalle maestre Rensi, io ero poco più di un bambino lui, più grande di me di quattro anni, già un ragazzo fatto, ma non nego che il suo spirito ribelle e sognatore e la sua gioviale positività mi abbiano “affascinato” e fatto stabilire con lui una buona amicizia tanto da consegnare spesso a lui invece che a sua zia, i richiami scritti che la maestra Maria gli faceva. Dopo averlo perso di vista nell’ultimo periodo della sua vita ho avuto occasione di incontrarlo spesso in quel di Peschiera dove a quel tempo prestavo servizio. Per l’affetto sempre dimostratomi, come facevo a non offrirgli ogni volta un bianco, nel suo “ufficio”, il bar “degli artisti” dove era “parte dell’arredamento”. Era la “Vilafranca de ‘na olta” quando una chitarra ed un sogno erano una scelta di vita.
Alla prossima.
Rico Bresaola

