Care amiche cari amici, che cosa meglio della storia di “Calisto l’imprenditor dei Querni” può riportarci nella “Vilafranca de ‘na olta”, nel tempo di prima e sopratutto di dopo la seconda guerra mondiale. Francesco Facincani detto “Calisto” classe 1906 è il quinto dei sette figli dei contadini Sante e Giuseppina Remelli nell’ordine, Ines, Delfino, Antenore, Thea, Francesco appunto, Valeria e Vittorino. Sin da bambino si dimostra dotato di vivace intelligenza e straordinaria capacità di apprendimento, frequenta regolarmente e con profitto la scuola tanto che sempre promosso, cosa non affatto comune per quei tempi, ottiene con ottimi voti la licenza di 5^ elementare. Come si usava allora sin da bambino, con fratelli e sorelle, aiuta il padre nell’azienda di famiglia, una delle prime a diversificare le tradizionali culture, impiantando un frutteto (pesche) e coltivando angurie e meloni. Il lavoro nei campi però “gli va stretto” ed è ancora poco più che ragazzo quando, frequentando la scuola serale, ottiene il diploma di capomastro. Deve trovare impiego, ma come e dove?, siamo in piena “grande depressione” e di lavoro ce n’è poco ma Calisto non si scoraggia e dice al padre -vado all’estero-. Con un paio di pagnotte e venti uova sode nella borsa inforca la bicicletta e via direzione Brennero. Giunto a Bressanone durante una sosta viene a sapere che proprio lì, forse, stanno cercando muratori. Si presenta all’ufficio del lavoro e subito viene chiamato a colloquio. -Da dove vieni e cosa cerchi?- È la domanda di rito. -Vengo da Villafranca di Verona, sono partito questa mattina alle quattro con la mia bicicletta, sono qui per un lavoro sono diplomato capomastro ma se serve faccio anche il muratore-. E così “su due piedi” è immediatamente assunto. Come primo lavoro concorre a rifare la sponda trentina del lago di Garda e poi la strada Gardesana Superiore. Cinque anni di duro lavoro e grandi sacrifici ma accumula tanta esperienza ed un discreto ”gruzzolo” che tornato a Quaderni gli consente di avviare la sua impresa. Soffiano già “Venti di Guerra”, i tempi sono duri, soldi ne girano pochi ma col baratto almeno si mangia, lavori in cambio di latte, carne ,verdura uova , salami, ecc.. Nel 1938 Calisto si sposa con Bianca Barlottini che gli darà Niva, Lilia e Laila. Da bravo imprenditore programma tutto soprattutto le spese. Come gli piaceva spesso raccontare, per evitare di dover pagare la tassa sui celibi, anticipa la data del suo matrimonio. I matrimoni che di solito si celebravano in primavera lui invece si sposa il 31 dicembre. E qui permettetemi l’ormai consueto “escursus”. Con l’intento di dare impulso allo scarso incremento demografico Benito Mussolini, con una legge del 13 febbraio 1927 “riesumandone ” una già introdotta addirittura da Giulio Cesare, istituì la tassa sul celibato. Dal compimento del 25° anno di età ogni cittadino maschio (le femmine furono escluse dal balzello, probabilmente perchè allora ben poche di loro avevano un reddito proprio) , che il primo di ogni anno risultasse “celibe” (signorino) doveva pagare l’apposita tassa che consisteva nel versare, all’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, un contributo fisso di 70 lire più un contributo variabile a seconda del reddito, il fisso poi aumentava a 100 lire, tra 35 ed i 50 anni, per tornare 70 lire fino ai 65 dopo i quali nulla era più dovuto. Nel “ventennio la tassa fu più volte aggiornata, ovviamente al rialzo e trattandosi di una delle più odiate leggi fasciste fu la prima ad essere abolita già dal governo Badoglio il 27 08 1943. Come ben sapete però le tasse sono “dure a morire” spesso cambiano solo nome e visto che oggi esiste la detrazioni per il coniuge a carico non è che per caso che sotto altra forma è ancora in vigore la vecchia tassa sul celibato? Ma torniamo a Calisto. Finite le ostilità c’era da demolire e ripristinare quanto distrutto dai bombardamenti e non solo ma anche costruire nuove abitazioni per far fronte al vero e proprio “boom” demografico, dovuto dal ritorno degli uomini dal fronte ed alla ritrovata “serena” quotidianità. E così per “Calisto” si aprono per lui buone opportunità. Il lavoro non gli manca, ci sono case lesionate da demolire e ricostruire e per il rifacimento del nuovo aeroporto militare deve assumere altri operai. In giro serve di tutto e così apre anche un magazzino di materiali edili, dapprima in Villafranca “su la curva del castel, prima del ponte sul Tion“ venendo da Mantova sulla destra della statale e poi già dagli anni ’60 in Quaderni, nell’attuale sede. Calisto ha la straordinaria capacità di essere contemporaneamente lungimirante imprenditore, buon commerciante, esperto capomastro ed abilissimo mediatore come dimostra nell’occasione dell’acquisto del suo primo camion. Si presenta da Vicentini con in mano il classico portafogli a fisarmonica ben gonfio e dopo una serrata contrattazione, con le immancabili finte di andar via e non prima di aver ottenuto l’ultimo “benefit, meteme su almanco en fusto de oio”, stretta di mano e pagamento in contanti con buona soddisfazione di entrambi, l’uno per il prezzo spuntato l’altro per tutto il denaro “su l’ongia” Calisto segue personalmente i lavori trasmettendo a tutti la sua esperienza, “par far la malta bona ghe vol, giusto el cimento e la calsina e abondante aqua e l’importante l’è che la sia mola e ben misià, (molle e ben mescolata, allora non esistevano ancora le betoniere e l’operazione veniva eseguita con un’ apposito attrezzo che assomigliava ad una grossa zappa e che veniva spinto e tirato avanti ed indietro). La vera forza di Calisto però sta nella “solarità” della sua persona e nella disponibilità ad aiutare chiunque ne abbia bisogno. Sempre allegro e positivo, nella foto con degli amici durante una partita di bocce, famoso per il suo motto “se le cose vanno male che il corpo non debba patire”, non esita a far credito a chi vuole costruirsi la casa o la stalla anzi li incoraggia, “i schei no’ i è mia en problema, te me li darè quando te ghe i è”. E sono ancor oggi in molti, anche di altri paesi, Valeggio, Roverbella, Mozzecane Malavicina per citarne alcuni, che lo ricordano con stima ed affetto per l’aiuto ricevuto. L’era la Vilafranca de ‘na olta quando quasi tutti sapevano fare il muratore, diverse case e stalle “ i se l’ha fate de sabado e de duminica” e “par tirarle su” bastavano braccia, volontà, materiali e un capomastro. E l’ingegnere direte, “ de l’ingegner g’he n’era bisogno solo par firmar le carte”.
Alla prossima
Rico Bresaola

