Cari amici care amiche, come ben sapete il nostro paese e più precisamente la sua frazione di Rosegaferro è recentemente balzata agli onori della cronaca perché baciata non dalla fortuna ma di più, da una porpora cardinalizia. E tuttavia non è di questo che vi voglio raccontare ma della storia di uno degli altri figli e figlie, e sono numerosi, che Rosegaferro ha dato alla “Santa Madre Chiesa”. Inizio con un fatto accaduto tanti anni fa. Come noto finita la guerra, per qualche anno ancora, seguirono tempi “difficili” segnati da ritorsioni e regolamenti di conti. La gente faticava a lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e tendeva a rimanere in casa. Con i loro giochi i primi a riappropriarsi delle piazze, soprattutto nei paesi, furono i bambini. A Rosegaferro era la piazza della chiesa che diventava spesso un campetto di calcio dove torme di ragazzini rincorrevano una palla fatta di stracci e spago. Un giorno qualcuno con un calcio maldestro spedì la palla nell’edicola sovrastante il portone della chiesa proprio dietro la statua di san Girolamo. Occorreva recuperarla. Per farlo i ragazzi attesero che il parroco si allontanasse, poi presero una delle lunghe scale che servivano per la pulizia della chiesa, la appoggiarono alla facciata e recuperarono la palla. Sin qui tutto bene se non che, nella fretta e nella concitazione del momento, nel ritirare la scala l’ultimo piolo colpì la mano protesa della statua (quella che stringe simbolicamente un sasso) che si spezzò e precipitò a terra andando in mille pezzi. Vi fu un fuggi fuggi generale e solo un ragazzo rimase lì ad affrontare la probabile ira del parroco don Girelli, il piccolo Armando che seraficamente si assunse la colpa e che sostenne anche la riparazione della statua con la sua paghetta “ de chiricheto“. Segno del destino? Io penso di sì. Armando Faccioli, del casato dei “Ciapini” classe 1937, è il secondo dei dieci figli di Giuseppe e Margherita anche lei Faccioli. Cresce in Rosegaferro in una grande famiglia contadina ed è appena finita la guerra quando frequenta le elementari. Suo primo maestro è quel don Giulio Oscari, persona integerrima, dotta e grande oratore che di fatto è anche il “quasi” parroco di Rosegaferro. E’ lui che sostituisce Don Girelli durante le sue lunghe assenze dovute alla infaticabile opera di assistenza ai detenuti nelle carceri di tutta Italia. Armando poi avrà come insegnante anche “el maestro Fusel”. E sono proprio loro, i due maestri, che dicono ai suoi genitori ” quel fiol lì bisogna farlo studiar”. Allora per accedere alle medie occorreva superare l’esame di ammissione, e qualche lacuna di Armando, dovuta alle tante assenze da scuola, è brillantemente colmata con l’aiuto della maestra Marta “Pasarota”. Occorre tener presente che allora erano normali le numerose assenze degli alunni. E capitava spesso, specialmente in primavera, che padri, madri o zii, anche a mezza mattina, venissero a prendere i figli a scuola perchè avevano bisogno del loro aiuto nel lavoro dei campi. Nella famiglia di Armando però c’è appena di che vivere e l’unica scuola gratuita era quella della Curia ed così che lui, nel ’49, inizia le medie in seminario a Roverè. Il passaggio al grado di istruzione superiore invero non è senza difficoltà. Don Armando ricorda bene il suo primo compito in classe di italiano che consegna con scritto un unico punto di domanda. Così come ricorda bene il voto datogli dal professor Vittorio Castagna, “inclassificabile”. E tuttavia dopo un primo anno superato a fatica ha la fortuna di trovare in seconda classe il professor Franco Alborali che lo capisce, lo sprona e riesce a farlo appassionare allo studio tanto che supera brillantemente tutto il Liceo Classico. Ottenuta la maturità Armando deve decidere, diventare sacerdote o tornare nel mondo laico. Non è una scelta da fare a cuor leggero, sente imperiosa la vocazione ma ha ancora molti dubbi. E così va in pellegrinaggio a Lourdes ed è proprio lì, davanti alla statua della madonna che prende la sua irrevocabile decisione, prete. E’ il 1958, tornato a casa indossa la Veste Clericale e torna in seminario per i quattro anni di Teologia. Anche questi trascorsi non senza difficoltà, questa volta di salute. Il suo fisico infatti abituati all’aria aperta ed ai grandi spazi mal si adatta al chiuso del “chiosco” per cui di tanto in tanto deve fare dei periodi in famiglia per ristabilirsi. Particolarmente efficace risulta la cura a cui lo sottopone la mamma, “pilole de galina e siropo de cantina”. Al termine degli studi si sta preparando per la sua “Ordinazione Sacerdotale” quando avviene un fatto non usuale. Il parroco, don Arrigo Favalli persona di straordinaria perspicacia e capacità chiede al Vescovo di Verona che l’ordinazione del nuovo sacerdote avvenga nella sua chiesa di Rosegaferro. Alla fine don Arrigo riesce a spuntarla, solo che il Vescovo, per far fronte a tutti i suoi numerosi impegni, decide di effettuare la cerimonia di “consacrazione” alle sei del mattino del giorno di San Pietro. E nonostante l’ora in quel 29 giugno del ’62 tutto il paese è in chiesa a festeggiare Don Armando e poi a casa dei “Ciapini” per il tradizionale pranzo (nella foto Don Armando con “coghi” e camerieri) . Un mese di vacanza e poi il primo incarico, curato nella parrocchia di San Paolo Campo Marzio in Verona, zona via XX Settembre. Il clima della città però non gli si addice ed è così che appena può chiede ed ottiene di essere trasferito a Cavaion dove rimane per quattro anni a svolgere apostolato e formazione morale ai giovani. Stessa missione che poi nel 1966 è inviato a fare in quel di Povegliano sino al 1970 quando è nominato parroco della parrocchia del Tormine e contemporaneamente “Cugitor” (Coadiutore) di quella di Mozzecane. Don Armando, appena arrivato al Tormine ha uno scambio di battute chee sono destinate a rimanere nella pubblica memoria. Uno dei suoi nuovi parrocchiani, “ el vecio Varana”, noto per le sue battute salaci, gli chiede tra il serio ed il faceto “poso darghe del porco sior paroco” e Don Armando prontamente gli risponde “si purchè sia en bel toco”. Una delle prime attività di Don Armando, in quel del Tormine, è quella di organizzare, “ante litteram” (in anticipo sui tempi) una marcia della pace. Una processione “ in notturna” da Tormine a Grezzano, con tanto crocefisso, canti e candele accese. La ricordo bene perché per uno di quegli imperscrutabili casi della vita vi ho partecipato anch’io. Dopo altri cinque anni Don Armando è chiamato ad una nuova esperienza. Viene nominato parroco “a tempo determinato” in quel di Marchesino, un solo anno in attesa che diventi vacante la sede di Castel Brenzone sul lago di Garda. Così viene stabilito dall’allora Vicario, Monsignor Sennen-Corrà come avvallato dal Vescovo, Monsignor Giuseppe Carraro. Dal ’76, poi oltre dieci anni di quella che ancora oggi Don Armando ricorda come una delle sue più belle esperienze pastorali, in completa sintonia di opere ed intenti con la comunità gardesana. Ma come quasi sempre accade tutte le cose belle sono destinate a finire. Notevole è l’attaccamento che hanno i parrocchiani nei suoi confronti dimostrato dal fatto che quando, dopo il pur lungo periodo, giunge a Castel Brenzone la notizia del suo imminente trasferimento, numerosissime persone firmano la richiesta della sua riconferma. E tuttavia nulla può contro l’esigenza pastorale della Curia, nemmeno la consegna da parte del Sindaco della petizione nelle mani stesse del Vescovo. E’ già deciso, la parrocchia di Rizza ha bisogno della sua opera, ed è così che Don Armando una mattina di buon’ora sotto una intensa nevicata (quella eccezionale del 1985) saluta il ridente paese lacustre. Immediata è anche la sua sintonia con la nuova comunità di Rizza fatta di gente gioviale, aperta e simpatica che però deve fare i conti con le nuove emarginazioni date dalla vicinanza di Verona di cui, di fatto, è diventata una periferia. In quegli anni inoltre sta dilagando anche il disagio giovanile dovuto ad una generale diffusione delle sostanze stupefacenti. . Il “da farsi” non manca di certo e per di più il territorio della parrocchia insiste su tre comuni: Verona, Villafranca e Castel d’Azzano. Ma Don Armando non si scoraggia e con calma, pazienza e vigore imposta la sua opera pastorale levandosi nel tempo non poche soddisfazioni. A Rizza opera per oltre un decennio, fino al 1997 quando, in occasione di uno di quei ciclici ricambi di sede diocesani, chiede ed ottiene di potersi dedicare alle persone ammalate. L’allora Vescovo Ausiliario Monsignor Veggio gli conferisce l’attuale incarico, cappellano presso l’ospedale di Valeggio. Ma non solo, già l’anno seguente, scompare prematuramente il parroco di Santa Lucia ai Monti e così Don Armando è chiamato dapprima a sostituirlo e poi a prenderne ufficialmente il posto. E non è finita con gli incarichi. A seguito del noto incendio l’ospedale di Villafranca è chiuso ed il cappellano trasferito. Quando poi l’attività dell’ospedale, seppur parzialmente, riprende gli è assegnata anche la “Cappellanìa” del “Magalini”. Parroco e Cappellano di due ospedali sono le attività che, nonostante l’età (fatevi i conti), Don Armando porta avanti con immuta energia, fede e passione. Era la “Vilafranca de ‘na olta quando a qualcun podea capitar che el Paroco, o el Curato, fose anca el so maestro ma de sicuro i era par tuti come dei secondi papà, imposibili da desmentegar”.
Alla prossima.
Rico Bresaola

