Care amiche, cari amici, donna chiama donna e così dopo la “Maurina” continuiamo con un’altra donna, anzi tre e sono le loro storie a riportarci nella “Vilafranca de ‘na olta”. E questa volta partiamo veramente da lontano. Romana Negrini, classe 1883, cresce nella Villafranca della fine del “secolo breve” in una famiglia benestante di commercianti di frutta che abitano e lavorano in ” Contrà Mantoana” nella corte prima di quella di “Bortolin”. In fondo alla via, dall’altra parte della strada, in una corte poi acquistata dai “Bassani” ( i Deidonè), esercitavano la vendita di pollame Fortunato Bocchio e la moglie Maria Dongili ed è così che, complice la vicinanza, Romana si innamora di uno dei loro figli, Ismaele, classe 1881, che sposa nel 1911. Cosa poco usuale per allora i novelli sposi vanno in viaggio di nozze a Monza, da parenti naturalmente, ed al ritorno festeggiano andando a vedere in Verona la prima rappresentazione dell’Aida. La loro unione è subito allietata dalla nascita di ben tre figli, Angelina Zaira e Francesco detto Checchi e tuttavia un tragico destino li attende. Ismaele chiamato alle armi per lo scoppio della “Grande Guerra” (nella foto fatta poco prima della partenza è in divisa e con Romana e Angelina) e arruolato in fanteria appena tre giorni dopo il suo arrivo al fronte, al primo assalto, trova la morte per le ferite riportate in combattimento. Per tragica fatalità anche il fratello di Romana, Romano bersagliere era da poco morto nelle stesse circostanze e così nella casa dei Negrini in famiglia si trovano a convivere anche due “vedove di guerra” e relativa prole. Una volta tanto le Autorità dello Stato si mostrano “magnanime” e concedono alle vedove due “appalti”, rivendite di “Sali e Tabacchi”. Romana apre il suo primo “esercizio” in via Stazione oggi via Garibaldi, in un locale proprio accanto al Brasil ma con tre figli piccoli deve continuare ad abitare dai suoceri. Gli anni passano i figli crescono ma le disgrazie sembrano non volerla abbandonare. In un tragico incidente, provocato da un cavallo imbizzarrito, un carro travolge ed uccide Angelina che ha appena 10 anni ed una malattia si porta via anche la piccola Zaira. Ma Romana non si abbatte e trova nel lavoro la forza di andare avanti. Ed allora il lavoro era veramente duro perché di soldi non ne giravano, il sale si vendeva sfuso e le sigarette “sciolte”, ed in quantità tali che il sale bastava solo per qualche giorno e le sigarette le compravano addirittura una alla volta. Subito dopo la fine della guerra (la seconda guerra mondiale) per i buoni uffici del parroco don Eliseo Contri Romana ottiene in affitto un locale ed una casa dall’altra parte della strada negli edifici della parrocchia. Lo stesso anno, il 1945, il figlio Chechi, che collabora nella gestione, si sposa con Delfina Bozzola che gli darà Zaira, Maria Romana e Silvana. Romana è sempre dietro al banco, fin che la salute e la tarda età glielo concede, salute che però, dopo un po’di anni viene a mancare a Chechi. Fa in tempo a vivere, a metà degli anni ’60, la grande trasformazione della piazza del paese e degli edifici della parrocchia che vengono abbattuti e riedificati. Per primo ad essere abbattuto tocca al cinema teatro comunale, al suo posto è edificata l’ala del fabbricato prospiciente il corso principale e lì viene provvisoriamente trasferita la rivendita (dove oggi c’è l’edicola). Poi tocca alle rimanenti costruzioni della parrocchia ed, a lavori ultimati, l’ “apalto” torna nel posto attuale. Nei primi anni ’70 però “Chechi” si ammala tanto da non poter più svolgere alcuna attività lavorativa ed allora allo scadere del novennale contratto con il Monopolio di Stato gli subentra la figlia Zaira come titolare ma di fatto anche Maria Romana sua inseparabile collaboratrice. Le “Romane”, che dalla nonna hanno ereditato l’appellativo, proseguono nell’attività di famiglia che ben presto, per la “modernizzazione” subisce una profonda trasformazione. Dopo i valori bollati nel 1987 agli “apalti” viene concesso la ricevitoria del “lotto”. Il “lotto” è un gioco a pronostico con moltiplicatori fissi (ambo, terno, quaterna, cinquina) che permettere di puntare da un minimo di uno ad un massimo di dieci numeri compresi tra uno e novanta. Il gioco, a grandi linee simile a quello di oggi, nasce a Genova nel 1576. In quella città i cittadini scommettevano di chi fossero i cinque nomi di nobili, su centoventi, che due volte all’anno venivano estratti per subentrare nel governo della città in sostituzione di altrettanti senatori cui scadeva il mandato. Ben presto, seppur con caratteristiche diverse il gioco si diffuse in tutti gli stati pre-unitari ed inizialmente era gestito da privati ma successivamente diventò appannaggio degli stati stessi. Dopo l’unità d’Italia , nel 1871, il gioco prese la forma attuale. Furono scelti otto compartimenti, chiamati “ruote” (Bari, Firenze, Milano, Palermo, Roma, Torino e Venezia) ai quali, nel 1939, furono aggiunti Cagliari e Genova. I numeri venivano giocati su “bollette” a doppia matrice, una per i giocatori ed una per la competente sede dell’Intendenza di Finanza. Zaira ricorda molto bene la prima consegna delle “bollette” perché dovette andare a ritirarle personalmente a Venezia, poi le vennero recapitate per posta in apposito sacco, la “bolgetta governativa”. Quanto lavoro per il lotto, le “bollette” dovevano essere compilate per bene a mano, ricopiate su apposito registro e le matrici poi dovevano essere consegnate entro le 8,30 di ogni sabato all’Intendenza di Finanza di Verona. Tutte le estrazioni avvenivano a mezzogiorno del sabato. Ed è stato un vero sollievo quando negli anni ’90 le “bollette” sono state sostituite dal tagliando telematico. Per le Romane più di quarant’anni di lavoro dietro al banco tra lotto, valori bollati, sigarette, caramelle, articoli da fumo e da regalo, fino alla vigilia della Pasqua del 2011 quando, giunta l’ora della pensione, hanno ceduto l’attività. L’era la “Viafranca de ‘na olta” quando “ tanti en pacheto intiero de sigarete i se le compraa solo par le grandi ocasioni, matrimoni comunioni cresime e funerai o par le feste comandè, Nadal, Pasqua e San Piero e i soldi te podee lasarli nel calto del bancon che tanto no tocaa gnente nessuno, ma l’è anca la Vilafranca de anco” perché le Romane dopo tanto lavoro non possono “non far gnente” e dedicano diverse ore del loro tempo per fare del volontariato, tra l’altro vanno “dai frati a preparar e distribuir sporte” di generi alimentari ai poveri, compresi quelli “di ritorno” che poveri non erano ma lo sono diventati per la perdita del lavoro o per tristi vicende personali.
Alla prossima
Rico Bresaola.




