Care amiche cari amici,
ci riporta nella Villafranca “de ‘na olta” la storia di un nostro illustre concittadino che tanto ha dato alla patria, durante la guerra, e al nostro paese nella sua più che trentennale attività di insegnante. E per sottolineare la sua straordinaria figura voglio cominciare proprio con la motivazione dell’alta onorificenza attribuitagli sul campo di battaglia, una Medaglia d’ Argento al Valor Militare: Al Sotto Tenente Luigi Pigozzo del 7° Reggimento Alpini ”In più giornate di aspri combattimenti, caratterizzati da violenti attacchi e contrattacchi su munite posizioni, dimostrò in ogni momento, nel guidare all’attacco il proprio plotone con calma serena, spirito di sacrificio e sprezzo del pericolo. Sosteneva in condizioni rese maggiormente difficili dalla bufera di vento e di neve, un violentissimo attacco di forze preponderanti. Dopo aver inflitto al nemico numerose perdite con pochi uomini superstiti manteneva la posizione aspramente contesa continuando a scagliare bombe a mano per rallentare la pressione nemica e proteggere l’arretramento dei propri dipendenti. Visti in salvo i resti del proprio plotone per non cadere prigioniero si lanciò con gli uomini rimasti, dalla cima del monte che aveva difeso, con acrobatico salto in un ripidissimo canalone ghiacciato da cui poteva risalire solo il giorno appresso sulla cima rioccupata dalle nostre truppe – Valle Zagorias.-M. Bregianit (fronte greco) 24- 28 dicembre 1940“. Ma ora procediamo per ordine. Luigi Pigozzo, classe1916 è il terzo dei quattro figli maschi di Angelo e Pierina Faccincani che prima di lui avevano avuto Ernesto e Bruno e poi Raffaello. Luigi nasce in Villafranca vicino alla chiesetta di San Giovanni della Paglia dove il padre Angelo, che prima abitava nella corte di Dosso Poli di Povegliano, ha appena comprato casa. A scuola si mostra sin da subito molto bravo tanto che i genitori gli consentono di continuare gli studi e, ad appena diciotto anni, si diploma maestro di scuola elementare. Allora il “Regime”, nell’intento di “italianizzare” l’Alto-Adige e l’Istria, offriva importanti opportunità agli insegnanti disposti a trasferirvisi. Luigi pur di iniziare subito accetta di andare ad insegnare in Bolzano. Dopo tre anni (nel 1937) è chiamato ad assolvere gli obblighi di leva, arruolato entra nella Scuola Allievi Ufficiali Alpini (allora in Bassano del Grappa). Al termine del corso viene nominato Sotto Tenente ed assegnato al 7° Reggimento Alpini in San Candido. Per curiosa coincidenza il 10 giugno del 1940, giorno in cui termina la prevista ferma triennale, l’Italia entra in guerra a fianco dei tedeschi e così invece che tornare a casa è inviato sul fronte occidentale. La “guerra delle Alpi” come venne chiamato lo scontro italo-francese durò pochi giorni ma fu molto sanguinosa e dura. Luigi, cui è affidato il compito di “nazionalizzare” le fabbriche della Fiat, in Villar Perosa ne tratta i dettagli col vecchio Agnelli, una delle poche cose che gli piaceva raccontare. Caduta la Francia il suo Reggimento è inviato sul fronte balcanico dove soffiano impetuosi “venti di guerra”. Per la cronaca, Mussolini, senza neppure avvertire Hitler, il 28 ottobre del’40, in occasione del 18° anniversario della “Marcia su Roma”, fa scattare l’attacco contro l’Albania e la Grecia. La campagna come noto si rivelerà un vero disastro. Negli aspri combattimenti in cui è impegnato Luigi mostra subito tutta la sua determinazione ed il suo coraggio tanto da meritare sul campo la citata medaglia al valore. Nel ’41 in combattimento è ferito alle gambe da scheggie di granata , alcune delle quali non sarà possibile toglierle e se le porterà per tutta la sua lunga vita. Rimpatriato e ricoverato in gravi condizioni presso l’ospedale San Martino in Genova è sottoposto a diversi interventi. Eppure nonostante la serietà delle ferite il fatto per lui è sicuramente un colpo di fortuna perché mentre è in licenza di convalescenza il suo reggimento viene inviato in Russia ed anche perché proprio in quei giorni si fidanza con Nives Ortombina, che poi sposerà al termine della guerra. Agli inizi del ’43, non ancora completamente ristabilito chiede di rientrare con i suoi alpini. Fatto idoneo viene assegnato al Comando Territoriale di Vicenza dove si trova quel “fatidico” 8 settembre. Dai suoi “appunti” riporto alcuni dei alcuni dei passaggi più significativi che ci aiuteranno a capire l’incertezza e la confusione che regnava in quei giorni in tutta la nazione proprio nel momento in cui così tanti italiani dovettero fare una scelta non solo di ”parte” ma spesso di vita o di morte. 10 settembre 1943 <…Ora cominciano arrivare notizie da Verona Trento e Bolzano occupate che i medesimi (i tedeschi) fanno prigionieri ufficiali e soldati. Il Maggiore mi ordina di prendere la bici per andare a cercare un abito borghese, vestendo il quale io dovevo mettere in salvo la cassa del battaglione… Torno e trovo il Maggiore innervosito, pensava già ad una eventuale mia fuga, ancora non mi conosce questo imbelle comandante. … Telefonano che per accordi scritti internamente tra il Comando Territoriale e la Difesa ci si deve ritirare in caserma e si doveva considerare ancora amici gli alleati ( i tedeschi). Con quest’ordine tutto sembrava tornare alla normalità, torno in divisa al mio posto>. 11 Settembre 1943 <… due soldati SS bussano alla mia porta mi piantano due pistole addosso e mi invitano a seguirli….. cerco di valutare la situazione ma di fronte a due pistole che sempre mi minacciano non c’è gran scelta…scortati raggiugiamo l’accantonamento…. Le armi del mio Btg. buttate alla rinfusa all’ingresso dell’accantonamento i resti del mio Btg. inquadrati sommariamente e sotto scorta avviati alla caserma del I° Celere. Vorrei piangere ma le lacrime scendono internamente. Povero 7° Alpini… C’è la possibilità di fuga… diversi soldati fuggono facilmente attraverso la parte posteriore della caserma … da solo, la fuga, la mia coscienza me lo vieta prima come uomo poi come comandante. Bisogna seguire la sorte dei soldati, è nostro dovere. Sembra che saremo rilasciati in serata…. Un camion ci porta all’aeroporto dove dopo promesse di libertà…veniamo portati alla stazione dove c’è pronta una tradotta per la Germania. …tra Verona e Vicenza alcuni ufficiali saltano dal treno, io prendo lo zaino mi avvicino alla porta per saltare…soldati, il dovere, casa mia ,la fidanzata …esito, la coscienza ha il sopravvento, era mio dovere restare>. 12 Settembre 1943 < Giungiamo al Brennero verso sera qui sappiamo la nostra sorte: prigionieri o volontari combattenti. Io ho già scelto la prima piuttosto che continuare una guerra senza scopo e ormai perduta>. 13 Settembre 1943 < Parlo con i miei alpini fatti scendere finalmente dai vagoni in cui erano stati rinchiusi da Vicenza e vedo nei loro occhi il compiacimento per il mio atto, dicono ”Abbiamo tanto piacere che i veci non abbandonano mai i loro figli”. 14 Settembre 1943 < …vicino a Limburg Lahn, i nostri carcerieri ci vengono a prendere e ci portano nel Lagher XIIA di cui sono il n° 55443. Da qui comincia il calvario della mia prigionia. Non ho voluto e non voglio scrivere nessun diario delle mie sofferenze perchè sono fermamente deciso a dimenticare questa brutta parentesi>. E torniamo a noi. Per Luigi più di 19 mesi di prigionia in diversi campi di lavoro o di concentramento sino alla liberazione avvenuta a Berghen il 21 aprile del 1945. Ma ci vorrà ancora più di un mese prima del suo rientro in patria. Finita la guerra in tutto il paese si sta faticosamente cercando di tornare alla normalità, ripartono le scuole e Luigi ottiene subito una cattedra in Villafranca. Il 5 ottobre del ’46 sposa la sua Nives che gli darà Anna Rosa. Una delle sue prime classi se non proprio la prima è quella dei maschi del ’35 che nel ’96 in occasione del suo cinquantesimo di matrimonio si unirànno alla sua festa dedicandogli una splendida poesia in dialetto, opera del “classe” in questi giorno compianto, Nuto “Galineta” Bellesini. Quante generazioni di villafranchesi, compresa la mia, prese in terza ed “accompagnate” in quinta, all’allora obbligatoria Licenza Elementare e tutte, all’inizio, rigorosamente maschili (almeno sino al 1966 a giudicare dalle foto). Come si può dimenticare il proprio maestro, io lo ricordo con grande affetto, sempre elegante, serio, severo ma mai burbero e “manesco” e con un’innata autorità che gli derivava dalla sua storia ma soprattutto dalla sua consapevolezza di svolgere con l’insegnamento un importante compito educativo e sociale. Così come ricordo altrettanto bene le lunghe passeggiate della classe lungo Tione, (in fila per due mano nella mano con il compagno di banco, allora si usava così e non ci si vergognava di certo) durante le quali oltre che piante e fiori ci indicava e faceva riconoscere tutti i nostri monti, dal Baldo al Carega. Luigi insegna con la stessa passione sino al 1977 e poi, sin che la salute glielo consente, si dedica alla locale sezione dell’Associazione Nazionale Alpini di cui è stato anima e prestigioso testimone. Sono convinto che in paese ben pochi sanno che si chiama Luigi perché per tutti era, ed è, “el maestro Pigozzo”. L’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando il senso dell’onore era più forte anche dell’istinto di sopravvivenza e “a scola, se podea ciapar anche qualche scufioto e de sicuro no te lo ghe disee mia a casa parchè se no lì te ciapae el resto”.
Alla Prossima
Rico Bresaola






