È andato avanti come si dice di un reduce, uno degli ultimi della seconda guerra mondiale. Qualche tempo fa avevo raccolto la sua storia che ora senza indugio vi racconto. Cari amici, care amiche, l’ultima guerra mondiale è ancora il filo conduttore della storia che ci riporta nella “Vilafranca de ‘na olta. Ed è quella di Bigeti “l’artiglier” un uomo straordinario così pure come straordinaria ed eccezionale è la sua lucidità nonostante la veneranda età. Ho avuto la fortuna di farmi raccontare le sue “avventure” del “tempo de guera” proprio il giorno del suo 97° compleanno, alla festa che figli e nipoti gli hanno fatto nella casa dove è nato, dove ha sempre abitato e dove ancor oggi vive amorevolmente assistito da tutti i suoi figli e da Paolo in particolare. Luigi Caliari classe 1922 nasce e cresce in località Ganfardine di Villafranca in una famiglia di contadini dove suo padre Silvio coltiva la sua, per i canoni di allora, vasta campagna (una quarantina di campi). La sua è una famiglia assai numerosa,fatto comune per chi lavorava la terra ed è composta oltre che dal papà e dalla mamma Virginia Zoccatelli anche da ben dieci figli: Guerrino (morto di una malattia contratta sul fronte della prima guerra mondiale), Silvino, Maria, Paolo (prematuramente scomparso per malattia all’età di 8 anni), Aldo, Rosa, Angelina, (che si farà suora), Giovanni, il nostro Luigi e Giuseppina. Cresciuto nella Villafranca tra le due guerre Luigi frequenta la scuola elementare in Pozzomoretto (oggi esiste ancora il fabbricato ma non la scuola da tempo ormai accentrata nel capoluogo) in una classe “pluricorso”. Allora per andare incontro alla scarsa “mobilità” della gente (gli alunni si spostavano praticamente a piedi) non solo in ogni frazione ma anche nelle più popolose località dei comuni vi era la scuola elementare. Capitava spesso però che per l’esiguità degli iscritti vi fosse un’unica classe con alunni che frequentavano, assieme, dalla prima alla quinta classe. La disciplina dei più grandi era comunque garantita dalla severità, e dalla bacchetta, dei maestri o delle maestre. Del periodo Luigi ricorda ancora bene che sin dall’alba assieme al papà ed ai fratelli si recava al lavoro in campagna e che “solo quando l’orologio del castel el batea le oto el ne mandaa a scola”. Inutile dire che finita la scuola tornava a casa per il pranzo e poi di nuovo al lavoro. Fino alla “licenza elementare”, poi sempre nei campi od in stalla, dall’alba al tramonto. Vita dura quella del contadino, che faceva quasi tutto con la sola forza delle braccia, ripetendo gesti e lavori tramandati di padre in figlio da generazioni e regolati del lento susseguirsi delle stagioni. La vita di Luigi però è destinata a cambiare quando viene chiamato alle armi. Qualche giorno di “vacanza” l’aveva già fatto (dal 3 maggio del ‘41) quando aveva effettuato la visita di leva ma è il 22 gennaio del ’42 che si presenta direttamente a Riva del Garda assegnato al 5° Reggimento Artiglieria d’Armata. Vi rimane per più di un anno per imparare a sparare con cannoni. Dai grandi, ma ormai obsoleti, cannoni campali a traino meccanico e da fortezza 149/35 (pesanti 9 tonnellate lunghi più di 8 metri in grado di sparare a16 km e di fungere anche da obici in quanto la bocca da fuoco poteva avere una elevazione da -10° a + 35°) agli con gli ancor più vetusti cannoni da 75/27 Krupp, ippotrainati, retaggio della prima guerra mondiale. Durante la “scuola tiro” sul Monte Baldo, Luigi è costretto a rimanere per diverse ore esposto alle intemperie e si prende una polmonite. Una settimana di ricovero in infermeria e poi di nuovo ad addestrarsi “al pezzo”. Il 14 gennaio del ’43 è “mobilitato in territorio di guerra” e trasferito al 196° gruppo artiglieria da 75/27 di Protezione Costiera schierato nella zona di Bari. Ed anche per lui arriva il fatidico 8 settembre, e come si legge sula sua “variazione matricolare” <continua ad appartenere ad unità regolari dell’esercito>. Il caso vuole che il suo reparto dopo lo sbarco degli alleati rimanga dalla parte sbagliata quella con i tedschi. La sua batteria fatta ripiegare e rischierare vicino a Rimini viene così a trovarsi in una zona di costa cruciale in quanto coincidente con uno dei due capi della Linea Gotica. Ed infatti agli inizi del febbraio del ’45 la zona è oggetto di violentissimi bombardamenti aerei che distruggono completamente le difese costiere dell’Adriatico causando migliaia di morti. Luigi, con i pochi altri artiglieri usciti miracolosamente illesi, il 14 febbraio è trasferito al 3° Reparto di Rimonta in Barbaricina di Pisa dove ancora si trova alla fine della guerra. E’ l’8 maggio dl ‘45, e con la firma a Berlino della resa incondizionata dell’esercito germanico vie sancita la fine della guerra in Europa. Pur nella comprensibile confusione del momento l’esercito non è smobilitato. Il 28 agosto del ‘45 Luigi è al Centro di smistamento di Orvieto ed il 14 settembre è inviato al 22° Reggimento artiglieria Divisionale “Aosta” in Agrigento. E la sua vita militare non finisce lì. Il 13 febbraio del’ ’46 un po’ si avvicina perché è trasferito al 35° Reggimento di artiglieria Divisionale “Friuli” in Livorno. Dopo più di quattro anni, il 18 luglio del ’46 finalmente è posto in congedo e torna in famiglia ed ovviamente al diuturno lavoro dei campi. La vita che continua ha il suo naturale decorso e così Luigi comincia a “parlare” (come si diceva allora” con una ragazza, la Maria Nadali originaria di Salizzole. Maria aveva appena otto giorni quando era rimasta orfana del padre stroncato da una malattia contratta durante la Grande Guerra. Allevata per qualche anno dalla mamma in condizioni di estrema indigenza era poi affidata ad una zia la cui famiglia, nella vicina borgata di Pozzomoretto conduceva a mezzadria un fondo dei Sembenelli alla “Boarìa”. Nel ’49 Luigi corona il suo “sogno d’amore” e sposa la sua Maria che gli darà Rita Luigina e Paolo. I novelli sposi vanno a vivere in famiglia nella grande casa paterna. Seguono più di cinque anni di lavoro nella grande famiglia patriarcale ma i tempi stanno cambiando. Con la modernizzazione il lavoro nei campi richiede sempre meno mano d’opera e i la situazione “precipita” alla morte di patriarca Silvio. La proprietà viene divisa tra i fratelli e la parte campi che tocca a Luigi non gli consente più di mantenere la famiglia. Pur coltivando “a tempo perso” i campi avuti in eredità deve trovarsi un altro lavoro. Per più di un anno va a fare mattoni in una fornace di Avesa. In bicicletta ogni giorno partenza alle quattro di mattina e ritorno a sera tardi. I due lavori però non riesce proprio a conciliarli ed è costretto a cercare qualcos’altro. L’occasione gli arriva ben presto. Toni “Tampeleta” (Antonio Serpelloni, ma la sua è un’altra storia) sta cercando personale per la sua impresa edile in forte espansione. Luigi si presenta, poche parole e Toni che ne ha intuito le potenzialità subito lo assume. Luigi comincia dalla gavetta facendo il manovale ma poi, mettendo a frutto quanto imparato nella vita militare, gli affidano sollevatori e gru. < ‘N dasea drio ai canoni vuto che no savese andar a drio a na gru >. Cantieri e campagna fino alla pensione e poi a lavorare suoi “campeti”, fino a quando la salute glielo ha consentito (fino ad un paio d’anni fa). Ora Luigi, in cura dagli inevitabili acciacchi dell’età, gode il meritato riposo circondato dall’affetto dei suoi cari. E quando durante “le do ciacole go domandà <qual’ elo el to prosimo traguardo> sorridendo mi ha risposto <e ci lo sà, >. Da oggi lo sappiamo tutti ha raggiunto in cielo la sua Maria.
Alla prossima
di Rico Bresaola.

