Cari amici e care amiche, quando persona fa parte della storia del nostro paese è sicuramente accaduto che altri abbiano scritto di lui ma anch’io, ed alla mia maniera, voglio dire la mia e questa volta ho scelto proprio la storia di “Santo Vecio” per riportarci nella “Villafranca de na’ olta”. Angelo Maraia, classe 1912, detto “Santo Vecio” è il quarto dei cinque figli di Marcello e Pasqua Demo. Angelo cresce nella Villafranca del primo dopoguerra nella corte dove ancora oggi abita sua figlia Lilliana (che ringrazio per le belle foto e le preziose informazioni) ed è appena poco più di un ragazzo quando i suoi lo mandano al lavoro in una fucina. Scopre ben presto che “battere il ferro fin che è caldo” per fare, tra l’altro, grossi chiodi “quadrati” (quelli che una volta usavano per unire le travi di legno) non fa per lui. E’ un lavoro come un altro, gli fa guadagnare qualche soldo ma gli rovina le mani. E lui alle mani ci tiene perché gli piace la musica e suonare la chitarra. Va allora a lavorare nella “bottega” di un barbiere dove impara il mestiere che poi farà per tutta la vita. E’ ancora agli inizi ma già imparato bene a fare “barba e capelli” quando incominciano a chiamarlo “a domicilio”. Allora non c’erano le case di riposo e gli anziani rimanevano nelle loro fino “all’ultimo giorno” e capitava spesso che negli ultimi tempi non fossero più in grado di uscire di casa. Ecco allora che il barbiere doveva lui andare da loro ed Angelo è uno dei più richiesti perché è un’ animo gentile e ha un cuore d’oro e dove trova situazioni di miseria accetta in pagamento anche solo un “grazie”. Ed è dal modo con cui la gente lo chiama che gli deriva il soprannome da, “il santo dei veci” per contrazione “Santo Vecio” Il mestiere di barbiere gli piace anche perché gli lascia diverso tempo libero per coltivare la sua passione, la musica. Coi primi guadagni si compra dei testi e studia musica da autodidatta. Impara da solo a suonare chitarra, mandolino organo e violino che è, e sarà, la sua vera passione. Dopo la “naja” col lavoro si mette in proprio e apre una “barberia” nelle immediate vicinanze della sua abitazione in via Pace (verso via Custoza) angolo via Nino Bixio, ed ha già scritto anche qualche canzone quando, allo scoppio della seconda guerra mondiale, è richiamato alle armi. Dopo un periodo di addestramento è inviato sul fronte balcanico dove quasi subito il suo reparto subisce una vera disfatta. Il plotone rimasto isolato da un furioso contrattacco nemico viene annientato, quasi tutti i soldati trucidati e solo Angelo si salva a stento perché sepolto dai corpi dei commilitoni. Dopo l’ennesima riconquista del posto è estratto, da sotto il mucchio di corpi, più morto che vivo con ferite in varie parti del corpo e pertanto viene rimpatriato. Al termine di una lunga convalescenza è giudicato permanentemente non idoneo al servizio militare e rispedito a casa. Libero dagli obblighi militari torna alla sua “bottega“ di barbiere ed alla sua musica. Il 26 dicembre del’40 si sposa con Angelina Zamboni ed in viaggio di nozze vanno a Roma dove Pio XII impartisce loro un speciale benedizione. Il loro matrimonio è allietato dalla nascita di due figli, Lilliana Pasqua e Marcello. Ma quando la vita sembra andare per il meglio nel 1951 Maria Pasqua si ammala gravemente ed in poco tempo “sale al cielo” lasciando Angelo da solo con due figli piccoli da crescere. Angelo trova nel lavoro e nella musica la ragione della sua vita. Pur autodidatta è un vero talento nello scrivere i testi e la musica delle sue canzoni, ne scriverà più di cinquecento. Ne trae lo spunto sia dai luoghi oppure dai personaggi o dalle situazioni della Villafranca di allora. Poche ma appropriate frasi, una musichetta che gli passa per la testa ed un ritornello ed ecco che la canzone è già fatta. Per ricordarne qualcuna: Villafranca Bella, Strà Grezzano, Torna primavera, E se l’acqua vien giù, Buon Natale, I Vagabondi, El Diaoleto, Barabotolo, Cantine Begnoni “valzer” E veniamo ai principali fatti che pure sono stati di dominio pubblico. La storia del suo violino: un giorno Angelo sta passeggiando lungo il Tione quando viene avvicinato da degli zingari. Sanno che lui fa il barbiere, hanno un loro anziano in fin di vita che ha bisogno della sua opera. Angelo come sempre non si tira indietro sale nella “carovana” gli fa barba e capelli e non vuole essere pagato. Il vecchio allora saputo che gli piace suonare gli fa accettare in dono un vecchio violino dalla “voce” veramente speciale, violino dal quale Angelo non si separerà mai più. E dalla leggenda alla cronaca con la controversia sulla paternità di una canzone. Angelo non si è mai iscritto alla SIAE e perciò non è tutelato. Molto sinteticamente, la SIAE nasce a Milano nel 1882 come Società degli Autori ed ha lo scopo di promuovere e salvaguardare la tutela dei diritti d’autore. Poi dal 1886 al 1927, anno in cui diventa SIAE (Società Italiana degli Autori e degli Editori), pian piano si trasforma in una organizzazione che opera in campo economico con il ruolo di intermediazione tra gli autori e gli esecutori. Dal 1942 è ente pubblico con delega al controllo, alla riscossione ed alla ripartizione dei proventi. Ma torniamo ad Angelo come detto non si è iscritto alla SIAE, né lo farà mai, così quando verso la fine degli anni ’60 manda ad una casa discografica il “provino” di una sua canzone non se lo vede accolto salvo poi vedere che la stessa canzone, copiata di sana pianta, ottiene uno straordinario successo. La canzone, uguale anche nel titolo, è “Zingara”. Angelo tenta invero di far valere le sue buone ragioni ma la strada è lunga e costosa, e senza la tutela della SIAE, dall’esito molto incerto così che alla fine decide di lasciar perdere. Artista poliedrico Angelo è chiamato a salire sul palco della rivista, veste i panni di Rodolfo Valentino ma il suo “cavallo di battaglia” sono le imitazioni di Charlot. Ma non solo Villafranca con altri artisti Villafranchesi si esibisce in diversi paesi e città, Rovereto, Trento e Bolzano per citarne alcuni. Angelo è forse l’unico al mondo che suona il violino con, al posto dell’archetto, una bacchetta di legno de “pirlar” fatta da lui stesso traendo dallo strumento suoni di straordinaria limpidezza ed armonia. Sia pure in tarda età gli viene riconosciuta notorietà e talento ed ha anche la soddisfazione, prima di ritirarsi, di incidere otto delle sue canzoni. Ricordo ancora la frase con cui allontanava tutti quelli che, con malcelato interesse, insistentemente gli giravano attorno “No ghè gnente da menar el cuin”. Infine non posso non citare il magnanimo gesto fatto e sottoscritto dai suoi figli, in linea con gli insegnamenti del padre, che è stato quello di cedere a favore degli ospiti della Casa di Riposo Morelli Bugna i proventi della vendita dell’incisione (postuma) di alcune sue canzoni. L’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando per cercare “gloria” occorreva andare fuori del paese e per i capo famiglia andare a farsi fare la barba dal barbiere era segno di raggiunta “prosperità ed agiatezza”.
Alla prossima.
Rico Bresaola






