Cari amici care amiche, vi ho già parlato nella “Vilafranca de ‘na olta” del mestiere del “casar” ma, se non era lui stesso anche imprenditore del settore, da chi dipendeva? Chi era il suo datore di lavoro? Ce lo racconta, con la sua storia Silvio Belladelli, una delle poche persone del nostro territorio che ha raggiunto notorietà a livello nazionale, sia per la sua attività che per quanto profuso nello sport. Silvio Belladelli, classe 1903 è il primo dei sei figli di Cesare e Ormisda Spagna, che dopo di lui avranno anche: Evaristo, Dualco, Arduino, Darico e Vittorina (all’anagrafe Ottorina). La sua è una famiglia di agricoltori che conducono un fondo in Motteggiana di Mantova e così appena Silvio conclude la scuola obbligatoria, all’epoca la sesta elementare, il papà lo vuole con se nei campi ed in stalla. Allora è d’uso che il primo genito segua le orme del padre ma a Silvio quel lavoro proprio non piace. Parlando della sua giovinezza era solito raccontare < non sopportavo la mungitura (allora fatta a mano) ed in particolare i colpi di coda delle mucche che sembravano fare apposta a colpirti in faccia non appena ti distraevi>. Volonteroso, sveglio, ed intelligente vuol fare un altro mestiere. Nell’anno che precede lo scoppio della prima guerra mondiale non ha molte alternative e per imparare a fare il formaggio va, per il solo vitto ed alloggio (“a fameio”) in un caseificio. Inizia col fare “ el sotocaldera”, (il ragazzo che deve mantenere vivo il fuoco sotto le caldere in cui avviene la trasformazione del latte in formaggio). Silvio, intuita la grande potenzialità commerciale della lavorazione del latte, appena appreso il mestiere decide di mettersi in proprio. Fatica non poco a convincere il papà a finanziarlo ed è ancora poco più che un ragazzo quando rileva un caseificio in Ceretta di Volta Mantovana ove si stabilisce con la zia Giuseppina vera e propria tuttofare: operaia, donna di casa, cuoca e seconda mamma. Caseificio di Ceretta, una parola grossa per un piccolo rustico di due sole stanze; una per abitarci e l’altra per lavorare il latte ed una rimessa per una decina di maiali alimentati, affinchè nulla andasse perduto, con i residui delle lavorazioni del latte. L’attività ingrana subito e così chiama ad aiutarlo il fratello Evaristo. Il lavoro è duro ma rende bene e così quando viene a sapere che un parente di sua mamma, (uno Spagna, dello stesso casato della nota cantante Ivana), ha messo in vendita il suo caseificio in Quaderni Silvio, non ancora ventenne, senza titubanza alcuna, lo compera. Lasciato Evaristo in quel di Cereta il 3 febbraio del ‘23 si trasferisce “ai Querni” e vi inizia la produzione di burro e formaggio. Silvio oltre ad essere un lavoratore instancabile ha “il pallino” degli affari ed è dotato di un coraggio che rasenta la temerarietà. Dopo solo qualche anno compera un altro caseificio in Sailetto di Suzzara e vi manda a dirigerlo il fratello Arduino. E poi viene anche per lui il momento di metter su famiglia. Nel ’27 sposa Angela Ferrari che gli dà Alessandro (per tutti Sandro), Sergio, Angiolina, Enore ed ancora Enore, (che rinnova il nome del fratello, deceduto solo qualche tempo prima della sua nascita). Seguono poi anni di intenso, duro e proficuo lavoro. Silvio acquista anche un altro caseificio a Canedole (MN) e manda a dirigerlo Dualco. Ormai tutti i fratelli ruotano nella sua sfera tranne Darico che nel frattempo ha preso i voti consacrando così la sua vita a Cristo. Capo indiscusso rimane sempre fedele al suo modo di fare e anche quando ogni caseificio ha il suo “casar” e l’azienda è diventata di grandi dimensioni Silvio tratta tutti i suoi dipendenti come appartenenti ad un’unica grande famiglia. Si assume sempre in prima persona onori ed oneri, sa che in cambio otterrà da tutti rispetto e fedeltà. Nereo, “el casar dei Querni” ed anche numerosi altri dipendenti lavorano per lui ininterrottamente sino alla pensione. E se le cose nell’azienda vanno costantemente per il meglio è grazie alle sue straordinarie doti organizzative, alla sua lungimiranza ed anche al fatto che è un acuto un osservatore della gente, attento al loro modo di vestire ed al tipo di acquisti che man mano vanno consolidandosi. Gli vien facile così cogliere tutti i cambiamenti della società, di prevederne le future esigenze e per questo prepararsi con largo anticipo a soddisfarle. Silvio cura personalmente ed in maniera maniacale la produzione degli stabilimenti, degli allevamenti dei maiali ed anche della vendita dei suoi prodotti ma è nella annuale stipula dei contratti di acquisto del latte dove dà il meglio di sé. Per questo solitamente incontra i produttori di latte singolarmente. Con scrittura finissima, annota le decisioni pattuite su un libriccino che porta sempre con se, sua peculiarità è pretendere la consegna del silenzio assoluto sul prezzo pattuito. L’unica cosa certa delle trattative è la loro estenuante durata che spesso finisce a tarda ora. Qualche volta però i produttori li incontra assieme perché, specialmente quelli piccoli o piccolissimi, per avere un minimo di “potere contrattuale”, cercano di raggrupparsi (per farvi un’idea vi erano allora diverse le aziende che non arrivavano nemmeno alla produzione di un quintale di latte al giorno). A distanza di otto lustri ho raccolto il racconto di Danilo “Belesin”, ( che con l’occasione ringrazio) presente allo svolgersi ad una di queste trattative di gruppo. La vicenda è così significativa che non posso non riportarla. <Eravamo in cinque di fronte a Silvio, tre erano suoi vecchi e fedeli clienti poi vi ero io, allora poco più che ventenne, ed un altro giovane, Gaudenzio “el fiol del Laico”. I tre più anziani, abituati com’erano a trattare con lui, accettarono subito e senza battere ciglio il prezzo proposto mentre noi due cercavamo di spuntare qualcosa in più. Ricordo che chiedevamo altre cinque lire al litro. Dopo un po’ di tira e molla Silvio, più per incoraggiarci che per il reale valore del latte, ci disse, con la sua inflessione mantovana che mai ha abbandonato, << siete giovani non so come lavorate ma se lo farete bene nei secondi sei mesi avrete le cinque lire in più >> Gaudenzio nel dichiararsi finalmente d’accordo si azzardò a dire << “metemolo par scrito” >>, non l’avesse mai fatto. Silvio inalberatosi di colpo trasse di tasca il libretto degli assegni, ne firmò uno apponendovi la strabiliante cifra di un miliardo e lo gettò sul tavolo. << Vale di più questo assegno o la mia parola >>. “Nesun l’ha più fiatà né tocà l’asegno”. E comunque dopo i primi sei mesi puntuale arrivò l’aumento promesso. Dal canto mio non posso che ringraziarlo i patti li ha sempre rispettati e, cosa ben più importante, sempre puntuali sono stati i pagamenti nonostante le innumerevoli alterne vicende del settore>. In Quaderni Silvio si è talmente ben inserito che ci si trova bene, come e più che ci fosse nato. Apprezzato e stimato da tutti per il suo ottimismo e la sua generosità quando, nell’ormai lontano ’59, il figlio Sandro gli propone di sponsorizzare una squadra di tamburello, per il bene della comunità, Silvio lo appoggia con entusiasmo. Da dove partire? Dalla serie A naturalmente. Il primo anno, per acquisire il diritto ad iscriversi nella massima serie, la nuova squadra di Quaderni si associa con il Castellaro Lagusello, che già vi milita, arrivando seconda in campionato. Dall’anno successivo in poi la “Burro Belladelli” compie un’eccezionale impresa sportiva, vince sei scudetti (campionati nazionali) consecutivi, impresa uguagliata e superata solo lo scorso anno dalla Juventus. Il, o meglio la Belladelli è da tanti anni anche sponsor della squadra di calcio del paese e dell’intero settore della pallavolo. A Silvio oltre al merito di aver fondato una grande impresa va soprattutto riconosciuto il fatto di aver trasmesso a figli e nipoti la sua stessa dedizione al lavoro, le sue esperienze e le sue capacità. L’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando la produzione del latte era buona parte del sostentamento delle famiglie contadine ma ”l’è anca quela de ancò”. I suoi eredi infatti, dal 1999 nella nuova grande sede in Villafranca, portano ancora avanti l’industria casearia “Silvio Belladelli”, che dà lavoro direttamente a più di 65 famiglie e ad ameno altrettante nell’indotto.
Alla prossima
Rico Bresaola.

