Cari amici e care amiche, accade qualche volta che in paese una persona è talmente nota che il suo nome da solo basta per individuarlo senza ombra di dubbio come accade a “Zefiro” ed è la sua storia che ci riporta nella “Villafranca de na’ olta”. Buzzi Zeffirino, classe 1928, è il secondo dei sei figli di Enrico, bracciante agricolo, ed Elisa Bragagnolo che prima di lui hanno avuto Giacomo, poi Maria, Lucia, Massimo ed Umberto. Zeffiro nasce e cresce in una casa nella corte della Nina Cordioli, quasi in fondo a “Contrà de Sora” vicino al Tione. I genitori gli attribuiscono un nome che è quello del vento leggero e gradevole che annuncia la primavera. Secondo la mitologia Zeffiro, (Flavonio per i romani) è raffigurato come un giovane alato che tiene in mano un mazzo di fiori, ed è figlio di Eolo, il dio dei venti e di Eos, la primavera. Non è molto noto, ma anche lui come il nostro ha avuto un destino segnato da un tragico evento. Secondo la leggenda infatti il semidio Zeffiro è innamorato di Giacinto, un principe tebano, su cui ha posato gli occhi anche il dio Apollo. Durante una gara, per fare un dispetto al rivale, con un soffio di vento devia il disco lanciato dallo stesso dio che però accidentalmente colpisce Giacinto e lo uccide. Il vento, roso dal rimorso si ritira in una caverna dalla quale esce solo di tanto in tanto portando sollievo agli uomini. Questa è solo una delle leggende che lo riguardano, un’altra lo vede sposato con la ninfa Clori che gli darà Carpo, il frutto, ma è sicura invece la tragedia che riguarda in nostro Zeffiro. Egli è un Ragazzo precocemente cresciuto, dal fisico prestante ed avezzo ai lavori nei campi, tanto che anche le maestre Rensi, durante il doposcuola, (anche lui è passato da lì) gli fanno accudire il loro orto. H appena compiuti 16 anni quando nel ’44, guerra durante, trova impiego alla TODTT, la società che per conto dei tedeschi si occupa di ogni tipo di lavoro. Ha portato a casa solo qualche stipendio quando, nel novembre dello stesso anno, mentre con altri operai sta sistemando, tra Villafranca e Caluri, i dintorni della pista di atterraggio. Durante un lavoro di scavo non si accorge della presenza di uno spezzone di bomba d’aereo nascosto appena sotto terra e lo fa accidentalmente esplodere. Nello scoppio rimane ferito anche Napoleone Massagrande “Napoli”, ma lui se la cava senza riportare danni permanenti mentre a Zeffiro, che appare sin da subito il più grave, gli deve essere amputata una gamba, ben sopra il ginocchio ed anche una parte, il tallone, del piede rimastogli. Rimane in ospedale per oltre sei mesi durante i quali viene amorevolmente assistito dalla mamma nonostante sia in attesa di Umberto che partorirà in coincidenza del ritorno di Zeffiro a casa, cinque giorni dopo la fine della guerra. Al termine della lunga convalescenza intanto ha imparato a muoversi con la “gamba di legno”, quelle erano le protesi di allora, e non vuole stare senza far niente. Se ne intende un po’ di meccanica e trova lavoro come meccanico alla cava di ghiaia del “Pakar” sulla strada per Grezzano dove lavora anche suo fratello Giacomo. Tra le altre mansioni deve tenete pulite e lubrificate le scavatrici lavoro che fare alla fine giornata o durante le pause. Accade così che a nemmeno tre anni dallo scoppio della bomba gli capita un altro terribile incidente. E’ da solo nella cava al lavoro su una alta trivella e quando arrivano gli operai nessuno lo nota e mettono in moto la macchina. Zeffiro ha una mano negli ingranaggi che nel subitaneo movimento gli stritolano l’intero braccio destro. Ed anche questa volta deve la vita al caso, l’ingranaggio infatti si muove in maniera alternata cosicchè dopo aver fatto tre giri in un senso torna indietro di altri tre giri consentendogli di liberarsi da solo. Prontamente soccorso salva la vita ma non il braccio che gli viene amputato sopra il gomito. Riconosciuto invalido di guerra e del lavoro avrebbe potuto godersi in tranquillità le due pensioni ma non è nel suo carattere gli piace molto rendersi utile e stare tra la gente. Di carattere allegro e gioviale ma anche determinato, con la volontà e lo spirito di chi è sopravvissuto e porta nel corpo i segni di terribili disgrazie, ancora una volta si rende assolutamente autonomo, impara a far tutto con la mano sinistra e ben si inserisce nella vita sociale del paese. Risolve, con l’amico meccanico Antonio Venturini “Caregheta”, il problema della mobilità e insieme assemblano un “mototriciclo” artigianale col quale può agevolmente spostarsi. E’, sin dai primi anni della sua fondazione (e per diverse stagioni), il “factotum” dell’Aquila, la prima squadra di calcio del paese. Suoi sono tra gli altri i compiti di procurare i bottiglioni di olio canforato per i massaggi, portare il the caldo per l’intervallo tra il primo e secondo tempo e alla fine di ogni partita, raccogliere maglie, calzettoni e pantaloncini che riporta lavati e stirati (dalla mamma) per la partita successiva. Poi deve “manutenzionare” e custodire i palloni di calcio, che allora erano di cuoio e dovevano essere ogni volta lavati ed ingrassati e tenere le chiavi del castello, del campo e del piccolissimo magazzino laboratorio situato dietro i bagni degli spogliatoi. Zeffiro, che del calcio villafranchese è una vera istituzione, è geloso di un lavoro che non permette di fare a nessun’ altro. Cambiare o ribattere i tacchetti delle scarpe da calcio. Tutti i giocatori dovevano ricorrere alla sua opera perché allora i tacchetti erano di cuoio e venivano applicati direttamente alla suola della scarpa e quando si consumavano (il cuoio non certo i chiodi) dovevano essere ribattuti o sostituiti. E fa tutto con l’unica mano, si prepara quattro tacchetti tra le labbra, infila la scarpa nell’apposito “ferro” da calzolaio, preme il primo tacchetto sulla suola e con un paio di martellate ben assestate lo fissa per bene e così via. Per lui è più semplice, a volte con un solo colpo, ribattere quei chiodi che per il consumarsi dei tacchetti trapassando suola e pelle di piedi provocano oltre al dolore anche copioso sanguinamento. Chi vi ha assistito, ed usufruito, magari con la fretta di entrare in campo come può averlo dimenticato? Oltre al “fubal” Zeffiro veste, per una decina di anni (dopo “Ana” e “Boton”) i panni del “Castellano”, il sire del carnevale villafranchese. Eventi che non manca di “ravvivare” con la sua “solarità” e le sue burle perchè nonostante le sue menomazioni lui riesce a fare una vita del tutto normale. Frequenta i bar del paese, gioca a carte e fuma (e se fuma). Il posto però dove più lo ricordo, o lo ricordiamo, è seduto, a fianco dell’entrata del municipio con l’immancabile sigaretta tra le labbra ed il bastone poggiato di traverso sulla gamba sana. Lì ogni mercoledì, per qualche spicciolo, sorveglia le biciclette che gli vengono affidate dalla gente che va al mercato. E’ ben voluto da tutti, riceve e dà informazioni e notizie a chiunque, basta chiedere, e d’altronde stando sempre sulla “piazza” è informato su tutto e tutti. Prende anche la patente di guida e poi si compra una automobile, la prima è solo adattata alle sue esigenze, freno a mano a sinistra e pomello sul volante e per cambiare preme la frizione con la gamba di legno. La compra usata, perché, non si sa mai, fin che non impara bene prevede (cosa che accade) di fargli qualche ammaccatura. Poi la “modernizzazione” avanza, arriva la macchina nuova con cambio automatico e comandi al volante ma anche nuove regole in paese e per lui il divieto di stare davanti al comune. Zefiro non si scompone, a casa non vuole stare e così va spesso, allora si poteva, al bar dell’aeroporto dove gli piace stare tra la gente e vedere atterrare e partire gli aerei. Era la “Vilafranca de ‘na olta” quando la “tolleranza” era di casa ed un “diversamente abile” poteva fare il posteggiatore, di biciclette, anche davanti al comune.
Alla prossima.
Rico Bresaola




