Ai non appassionati della bicicletta, o a chi ha iniziato a seguire questo sport dopo l’“affaire-Armstrong”, il nome di Pietro Caucchioli potrebbe non dire nulla. Per chi, invece, come me, segue il ciclismo da fine anni ’80, la situazione è ben diversa. E, così, quando ho scoperto che una mia collega conosce l’ex-ciclista di Oppeano, non ho potuto che chiederle di adoperarsi come novella “postina” di “C’è posta per te” per contattarlo. Certo, oggi Verona può vantare, tra gli altri, su un ex-vincitore di un Giro come Cunego (recentemente ritirato) e su un plurivincitore di tappe, nonché campione olimpico e d’Italia, come Elia Viviani, ma, è giusto sottolinearlo, nel periodo 2000-2003 la nostra città era, nello sport a due ruote, anche, e, forse, soprattutto, Pietro Caucchioli. Immaginate, quindi, il mio indubbio entusiasmo nel poter sentire questo veronese!
Matteo Peretti: Buonasera, parlo con la Florida?
Pietro Caucchioli: Buonasera Matteo, sì, confermo, sono a Tampa.
M: Innanzitutto, grazie Pietro, per aver accettato di dedicarmi qualche minuto. Non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione per sentirti e per parlare del ciclismo di inizio anni 2000!
P: Figurati, il piacere è mio. Diciamo che è un argomento…sul quale mi piace parlare ancora!
M: Allora passiamo al tema di oggi: il ciclista Caucchioli! Ripercorriamo la tua carriera!
P: Beh, passo professionista nel 1999 e colgo già quell’anno una vittoria al Giro della Provincia di Lucca.
M: Quattro, se non mi sbaglio, saranno in tutto.
P: Ennò, sei. Ho vinto anche in Spagna, alla Vuelta di Aragona.
M: Ok, però, non puoi negare che, se volevi vincere, dovevi staccare tutti e arrivare da solo, non eri un grande velocista…
P: Quello sì, lo confermo! Le mie vittorie sono quasi tutte in fuga, anche se a San Remo ho battuto Azevedo in volata, mentre a Lucca rimontai Kasputis proprio prima dell’arrivo. Comunque, nonostante questo, ho avuto delle belle soddisfazioni, soprattutto nei miei anni migliori, il 2001 e il 2002.
M: Nel 2001 hai pure vinto due tappe al Giro. Sanremo, e?
P: Reggio-Emilia, davanti a Rebellin, un altro veronese. Arrivai pure nono in classifica generale. Poi toccò al 2002 con il terzo posto finale!
M: E non solo! A Corvara tentasti l’impresa e di far saltare il banco!
P: Sì, provai ad attaccare.
M: Attaccare…direi qualcosa di più di un attacco!…sei stato pure maglia rosa virtuale per diversi kilometri!
P: Già. Era un tappone alpino. Si affrontavano quattro passi. In fuga c’era Perez Cuapio, scalatore fortissimo. Poi ai piedi del Pordoi partii io. Lo scalai da solo e feci in solitudine pure il Campolongo. In discesa, a pochi kilometri dall’arrivo, mi riprese Savoldelli e mi diede cento metri in un attimo. E tutti a dire che era un grandissimo discesista! Sì, lo era, ma in quel caso ero io a non averne più! Ero di legno. Non mi muovevo più! E, infatti, mi ripresero anche gli altri sul traguardo e arrivai ottavo. Per la cronaca, vinse il messicano.
M: Comunque, quel terzo posto a fine corsa a Milano è stata una cosa eccezionale per la Verona ciclistica ante-Cunego.
P: Fui il primo veronese a salire sul podio al Giro. Pensa che quell’anno vinse Savoldelli, un altro “quasi dimenticato” del mondo della bicicletta. E lui trionfò pure in un’altra corsa rosa e in una tappa al Tour!
M: Un altro “non-personaggio”. Però la tua carriera non si concluse con quel 2002!
P: Gli anni successivi, seppur più tribolati dal punto di vista fisico, mi hanno dato diversi e onorevoli piazzamenti, sia in Italia, che in Francia, che hanno confermato il mio valore nelle corse a tappe.
M: Già, sei arrivato nei primi dieci, mi pare, a Parigi nella Grande Boucle.
P: Purtroppo no, solo undicesimo nel 2004 e dodicesimo nel 2016. Ecco, un rimpianto è non essere riuscito, in quei Tour, a entrare in una fuga. Per un corridore come me, per poter entrare nella top ten, era necessario recuperare qualche minuto in un attacco da lontano. Invece ho ottenuto sempre onorevoli piazzamenti che non sono bastati.
M: Prima dicevamo che non ti sei aggiudicato molte corse in carriera, però, qual è stata la tua vittoria più bella?
P: Senza dubbio la tappa al Giro 2001 di Reggio-Emilia. Un capolavoro di tattica e di visione di gara. Era partita una fuga da lontano in cui mi ero inserito con una quindicina di ciclisti. La tappa era nervosa e piena di strappi. In uno di questi, Perez Cuapio (…sempre lui…) scattò e lasciò tutti sul posto. Io fui l’ultimo a cedere e per diversi kilometri fui il suo primo inseguitore. Dietro, nel frattempo, era esplosa la corsa con attacchi di Azevedo, Rebellin e altri. In rosa vi era Dario Frigo. Ai meno dieci, in un tratto in falsopiano, e terminate le salite, raggiunsi e staccai Cuapio. Resistetti al ritorno dei migliori e vinsi con poco meno di un minuto su Rebellin e Freddy Gonzales. Buenahora sfiorò la maglia che rimase a Frigo.
M: E la tua giornata più brutta?
P: Guarda, sono due, in verità. Sempre il ventiquattro marzo! 2003 e 2004! Il primo anno fui operato all’ernia al disco, l’anno dopo alla clavicola! Due eventi che hanno rivoluzionato quelle stagioni e mi hanno impedito di essere competitivo come avrei voluto. Ho finito per rincorrere la forma migliore per tutto l’anno senza mai raggiungerla!
M: A ventotto e ventinove anni. Gli anni della maturità sportiva!
P: Purtroppo è andata così.
M: Poi, sul finire della carriera, un’altra pagina da dimenticare, che ha, forse, messo la parola “fine” anzitempo alla tua attività agonistica.
P: Già, eventi legati al passaporto biologico. Avevo, comunque, già deciso di smettere. Quel mondo non mi apparteneva più. Anni dopo, però, ho avuto la mia rivincita con l’assoluzione. Certo, avrei dovuto rilasciare interviste e acquistare spazi di giornali per comunicarlo, ma, ormai, per me era una pagina chiusa. Ho corso con grandi campioni come Armstrong, Ullrich, Gotti, Bartoli o Jalabert, un grande signore, solo per nominarne alcuni, e con i compianti Ballerini, Pantani e Vandenbrouke, un cavallo pazzo. Mi è bastato. Non dovevo dimostrare nient’altro a nessuno.
M: E oggi? Sono passati, quanti? Dieci anni dal tuo ritiro?
P: Esatto, dieci!
M: Che cosa fai nella vita? Come sono le tue giornate?
P: Innanzitutto vivo per lavoro da qualche anno a Tampa, in Florida. Mi alzo presto la mattina e alle cinque sono già sul computer. Riesco a ricavare il tempo per una corsa a piedi o per un giro in bicicletta, prima di andare in ufficio alle nove. Lavoro principalmente con il computer, ma viaggio molto tra aerei e auto, seguendo la distribuzione per il Nord America dei prodotti Alé, DMT e Cipollini. Infine ho il tempo per seguire i miei figli: Giulia che fa ginnastica artistica e Tommaso che è appassionato di tennis. Il tutto con Eva.
M: Tua moglie.
P: Esatto, la conosci?
M: No, no, ho visto solo qualche sua foto.
P: …(silenzio)…capisco, visto che conosci una delle sue migliori amiche.
M: Ehm…torniamo a noi! Quindi, non vivi di rendita?
P: In realtà non è questione di vivere di rendita. Fondamentale è il rimanere attivi nella vita, avere un progetto e portarlo avanti.
M: E l’Italia? Ti manca?
P: Mi mancano i parenti e gli amici, lo stile di vita, ma qui ci troviamo bene. L’Italia è ben voluta anche all’estero, come meta turistica anche se, spesso, gli americani fanno una gran confusione tra Venezia, la Toscana, Napoli, la Sicilia… non capendo che una delle cose più belle è proprio l’unicità di ogni città italiana. Poi, farci impresa è un’altra cosa. E’ un paese “complicato”. Gli States non sono così, vi è molta più libertà, meno vincoli nel mondo del lavoro, e semplicità burocratica che facilita la crescita di un’azienda. Diverso è ottenere le necessarie autorizzazioni per andarci a lavorare, è veramente duro! Non ti regalano nulla! Se vuoi vivere qui, devi dimostrare che porti lavoro per gli americani e non vieni a rubarlo.
M: Pietro, siamo in conclusione. Mi auguro che i miei quattro o cinque lettori abbiano apprezzato questa intervista, e, spero, di aver reso giusto merito anche a un atleta che è stato, forse, dimenticato troppo in fretta dai media. Beh, però, mi sarò meritato un autografo!
P: Mio o…di mia moglie?
di Matteo Peretti

